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Borse, il rally 2019 è senza ottimismo Spuntano i primi timori su Fed e Bce

A guardare le Borse negli ultimi giorni si direbbe che siano diventate apatiche. Svogliate. Ieri hanno chiuso con variazioni che vanno dal -0,27% di Parigi al -0,84% di Francoforte. Ma in realtà dietro i piccoli ribassi di ieri (ma anche di lunedì e venerdì) c’è una grande storia. O meglio, un grande dubbio: gli investitori si stanno domandando se la scommessa sulle banche centrali non sia stata un po’ esagerata. Settimana scorsa – proprio anticipando faville da Bce e Fed – la Borsa statunitense ha raggiunto i nuovi massimi storici, il rendimento dei titoli di Stato Usa è sceso fino a un minimo di 1,94%, quello dei Bund tedeschi decennali è addirittura andato sotto il livello del tasso sui depositi Bce, che è fissato a -0,4%. E nel mondo, i titoli di Stato con rendimenti negativi hanno sfiorato i 13mila miliardi. Ma ora che i mercati sono così tirati, i dubbi iniziano a emergere: e se le banche centrali non facessero tutto quanto gli investitori si aspettano?

Un rally senza ottimismo

Oggi il presidente della Fed, Jerome Powell, potrebbe diradare qualche dubbio. Ma difficilmente li eliminerà del tutto. E difficilmente darà una direzione certa ai mercati: perché le Borse hanno tante fragilità. Tante incongruenze. Tanti indicatori sembrano infatti mostrare che, a dispetto dei massimi storici di Wall Street, sui mercati non c’è affatto ottimismo.

È questo per esempio il senso di un grafico pubblicato due giorni fa da Commerzbank: sebbene le Borse globali siano in forte rialzo da inizio anno, dai fondi azionari si vedono solo deflussi. Cioè capitali in uscita. Logica vorrebbe che quando le Borse salgono, i fondi azionari registrino un aumento delle masse gestite. Invece questo rally è stato contraddistinto dal fenomeno opposto: anche settimana scorsa, quando Wall Street ha toccato il record storico, dai fondi azionari sono usciti 12 miliardi di dollari. Al contrario i flussi sono stati positivi nei fondi obbligazionari (9,3 miliardi). Ma il vero expolit l’hanno fatto i fondi monetari: +46,5 miliardi di dollari di capitali in entrata. Come se le Borse salissero, ma senza ottimismo.

Conclusione simile, ma guardando dati diversi, la raggiunge Erik Knutzen, chief investment officer di Neuberger Berman. Lui nota che nel primo semestre a Wall Street l’indice S&P 500 delle grandi aziende ha guadagnato il 20%, mentre l’indice delle Pmi (Russel 2000) è salito solo del 16,5%. Anche questo è strano: solitamente quando c’è ottimismo e propensione al rischio, le piccole aziende guadagnano in Borsa più delle grandi. Ma questa volta no. «Questo mostra come indici azionari a livelli record possono coesistere con un orientamento cauto, addirittura leggermente ribassista, dell’intero mercato», commenta Knutzen. Insomma: anche questo dimostra che le Borse sono alte, ma l’umore no.

Una conclusione analoga si raggiunge anche guardando altri indicatori. Per esempio – suggerisce Alberto Gallo, portfolio manager di Algebris – è curioso che tutti i titoli che beneficiano dei tassi bassi abbiano corso nel primo semestre, mentre tanti titoli ciclici abbiano faticato. Incluse le medie aziende. Come se il mercato stia scommettendo sulle banche centrali, ma non sull’efficacia nell’economia delle loro politiche. «Gli investitori di fatto stanno scommettendo su politiche espansive – scrive Gallo -, ma non credono che queste porteranno crescita e inflazione».

I dubbi crescenti

Questo rende il rally del 2019 più fragile. Effimero. Perché è guidato dalle banche centrali ma non dall’ottimismo. La pensa così Morgan Stanley, che pochi giorni fa ha annunciato di avere sottopesato il mercato azionario come non faceva da 5 anni. «Siamo convinti che le stime sugli utili siano eccessive – scrive la banca Usa -. Il continuo deterioramento degli indici Pmi globali dimostra che l’economia mondiale è a rischio di rallentamento, mentre l’aspettativa sulle banche centrali è troppo alta». JP Morgan, che invece si aspetta ulteriori rialzi in Borsa, ha un’opinione opposta. Ma è una mosca bianca. In generale i dubbi sono sempre più forti. I report scettici sempre più frequenti. E i mercati sempre più in balia di questo grande dubbio: se le banche centrali non facessero quello che tutti si aspettano? O se lo facessero in maniera più blanda? Oggi la parola passa a Powell.

 

Morya Longo

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