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Borse, prove di rimbalzo in attesa di Draghi

Dopo tre sedute in rosso le Borse europee rimbalzano portando a casa un soffertissimo +0,3%. Nel corso della seduta il recupero era arrivato a superare il punto percentuale per poi affievolirsi. Piazza Affari, trascinata dal recupero dei titoli bancari, ha chiuso, dopo Atene, con la maglia rosa (+0,75%) confermandosi, nonostante la turbolenza in atto, la migliore Borsa globale da inizio anno. In controtendenza Madrid e Lisbona mentre Francoforte e Parigi hanno guadagnato lo 0,3%. Scatto superiore al punto percentuale per Wall Street dopo il -3% della vigilia. 
Il copione non è cambiato: basta osservare l’andamento dell’indice Vix, che sintetizza il livello di volatilità sui mercati. Più è alta, più i prezzi di un asset possono discostarsi dalla sua media storica. Questo spinge molto investitori a stare alla larga, proprio perché il rischio che i valori nel breve periodo prendano una sbandata è statisticamente elevato . Il Vix ieri ha chiuso a 27 punti (in netto calo rispetto ai 32 di martedì) ma lontanissimo dai 10-15 punti di inizio agosto (che rappresentano il punto di calma) e dai 20 punti (la sua media storica). È chiaro che fintanto che questo parametro non si sarà normalizzato la frequenza di sedute da capogiro potrà essere quotidiana.
Oltre al Vix, c’è da guardare con attenzione il petrolio. Ieri il Wti di New York si è posizionato a 45 dollari e il Brent del Mare del Nord a 50. La chiusura stabile non deve ingannare e nasconde un’oscillazione da +2% a -4% in poche ore. Normalmente le fasi di sbandamenti del prezzo del petrolio coincidono con l’impennata della volatilità e con un sentiment di avversione al rischio degli investitori. Quindi, in questo momento ci sono tre catalizzatori negativi sui mercati finanziari: altissima volatilità, robuste vendite sul petrolio (motivate in parte dal rallentamento dell’economia cinese) e generale clima di risk off nel breve. Ma va pure detto che – soprattutto per le Borse europee – ci sono anche tre catalizzatori positivi: tanto per cominciare il cambio effettivo dell’euro (ieri sotto 1,13 dollari) verso le valute dei 19 maggiori partner, resta più basso del 10% rispetto a un anno fa (seppur dal 15 aprile si sia rivalutato del 5,8%). A tutto vantaggio dell’export. Quanto al petrolio basso, per molti Paesi – nel conteggio tra pro e contro – può essere un fattore trainante per l’economia in quanto riduce i costi di importazione energetica (in particolare per l’Italia che è un importatore netto di energia). Non a caso a gennaio (quando il greggio era all’incirca sui valori attuali) il fattore-petrolio veniva indicato tra quelli che a detta dei gestori giustificavano una migliore proiezione dei listini europei rispetto a Wall Street. E poi c’è il quantitative easing della Banca centrale europea, vivo e vegeto. Ogni mese l’istituto di Francoforte acquista titoli di Stato e titoli privati per un ammontare di 60 miliardi di euro e lo farà almeno fino a settembre 2016 (e questo sta contribuendo a risparmiare i BTp a 10 anni – ieri al 2% con spread sul Bund a 120 – dall’attuale fase di vendite). Di fresca liquidità sui mercati, la Bce ne sta pompando. Una liquidità che potrebbe essere anche incrementata secondo il membro della Bce Peter Praet. Per questo motivo il market mover di oggi è senza dubbio il meeting della Bce seguito dalla conferenza del governatore Mario Draghi. I mercati si aspettano quantomeno un’apertura ideale verso un’espansione del «Qe». Anche perché il petrolio basso sta complicando l’azione delle banche centrali nel portare l’inflazione nell’orbita del 2% (siamo invece allo 0,2% sia nell’area euro che negli Usa). La stessa Federal Reserve pare ancora del tutto indecisa sulla mossa da adottare il 17 settembre (alzerà o no i tassi per la prima volta da 10 anni?). Le pressioni dei mercati (e della Cina?) sono perché rimandi la stretta. Molto dipenderà dai dati sull’occupazione che arriveranno venerdì. Quelli arrivati ieri spostano la bilancia verso un rinvio e giustificano il rialzo di Wall Street. A partire dal crollo dell’indice Ism dello Stato di New York. Nel mese di agosto è sceso a 51,1 punti dai 68,8 di luglio. E poi il costo unitario del lavoro è sceso a un tasso annualizzato dell’1,4% nel secondo trimestre contro una lettura precedente di +0,5%. Se l’economia dà segni in chiaroscuro e in più il costo del lavoro scende è lecito aspettarsi ulteriori pressioni al ribasso per l’inflazione. Di conseguenza, aumentare il costo del denaro potrebbe allontanare la Fed dall’obiettivo di stabilizzare l’inflazione nel medio periodo.
Come in tutte le fasi, quindi, non mancano sia i catalizzatori negativi che quelli positivi. E come in tutte le fasi le previsioni prendono strade profondamente diverse. Al pessimismo di Nomura (che non esclude un calo di altri 10-15 punti percentuali nel breve a Wall Street) si contrappone l’ottimismo di Morgan Stanley secondo i cui indicatori questo sarebbe il miglior momento per acquistare azioni su scala globale, come non accadeva dal 2009. Tra i due litiganti al momento “vince” l’indice Vix elevato che invita alla massima prudenza.
Con i mercati ancora molto suscettibili (e probabilmente anche in maniera esagerata) all’andamento dei dati macro cinesi. A questo proposito oggi ne verrà diffuso un altro: l’indice Pmi servizi di agosto. Martedì è successo qualcosa di anomalo: l’indice Pmi manifatturiero è risultato sì in calo (a 49,7 punti da 50) ma in linea con le attese. Pur essendo in linea con le attese (e quindi in teoria già prezzato dai mercati) ha dato il là a corpose vendite su scala globale. Per questo motivo il dato di oggi rischia comunque di far ballare ancora le quotazioni (nel bene o nel male). Fermo restando che un’eventuale apertura di Draghi al «turbo Qe» potrebbe contribuire a smorzare un po’ le tensioni.

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