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Borse, l’Europa scatta al record Listini ai livelli pre pandemia

Le Borse europee tornano sui livelli pre-Covid. L’indice Stoxx 600, grazie un rialzo dello 0,7%, è tornato dopo 14 mesi oltre i 433,9 punti, quelli che esibiva il 19 febbraio del 2020 prima di sprofondare in seguito al contagio finanziario della pandemia. Al recupero (+8,5% da inizio anno e +48% dai minimi di periodo toccati il 20 marzo 2020) hanno contribuito in larga misura i titoli ciclici. Banche, auto, energia, lusso, viaggi. I settori più esposti alla ripartenza dell’economia. Su questo fronte ieri sono arrivate conferme dal Fondo monetario internazionale che ha rivisto al rialzo la stima di crescita del Pil globale (dal 5,5% ipotizzato a gennaio all’attuale 6%).

Il quadro macro è visto in miglioramento anche in Italia che nel 2021 dovrebbe vedere il Pil rimbalzare del 4% anziché del 3% precedente stimato. Il Ftse Mib di Piazza Affari ha chiuso in rialzo dello 0,2% a quota 24,761 punti. È proprio il caso di fare le pulci alle cifre dell’indice delle blue chip perché si sta avvicinando – forte di un rialzo dell’11,5% da inizio anno, il migliore in Europa – alla soglia “maledetta” dei 25.500 punti. Sono 12 anni che prova a superarla invano. Sarà questa la volta buona? Se lo chiedono gli investitori in un contesto che vede invece Francoforte già viaggiare in “price discovery” dato che anche ieri (+0,7% a 15.212 punti) ha aggiornato nuovi massimi. Quanto a Londra ha fatto segnare la migliore performance continentale (+1,28%) forte dell’annuncio sulla riapertura di molte attività commerciali a partire dal 12 aprile. È la riprova che i mercati stanno osservando, e premiando, i Paesi che procedono speditamente con i vaccini. Non è un caso se nel lunedì di Pasquetta Wall Street (ieri poco mossa) abbia segnato nuovi record (con l’S&P 500 oltre la barriera dei 4mila punti) sull’onda di dati macro effervescenti (a marzo i nuovi posti di lavoro sono cresciuti a 916mila, molto più dei 660mila attesi).

Gli investitori sono ora concentrati sui dati che confermano la ripartenza economica. E sembrano aver per il momento accantonato le preoccupazioni legate al tapering (la riduzione degli stimoli monetari delle banche centrali) che però vedrebbe aumentare le sue probabilità proprio in ragione di un miglioramento del quadro macro. Su questo fronte il campanello d’allarme resta alto dato che il rendimento dei Treasury a 10 anni resta elevato (vicino a 1,7%) andando in parte ad inglobare un’inflazione negli Usa a medio-lungo termine al 2,4%, il livello più alto dal 2013. In questa fase però gli investitori sembrano volersi concentrare sulle buone notizie. Lo si è capito chiaramente anche la settimana scorsa dalla blanda reazione al crack del fondo Archegos: si è trattato in sostanza di uno dei più grandi margin call della storia (bruciati in 5 giorni 110 miliardi utilizzando una leva finanziaria del 500%) che in altri tempi avrebbe potuto innescare una turbolenza. Invece la volatilità è piatta a 18 punti, anch’essa ripiombata sui livelli pre-Covid.

C’è poi un altro indice che conferma il ritorno della propensione al rischio: il put/call ratio. Quando questo rapporto – estrapolato dal mercato delle opzioni – è superiore a 1 vuol dire che c’è apprensione in vista. Se invece viaggia al di sotto conferma che gli opzionisti – gli investitori che si assicurano da future tempeste – sono tranquilli. Ieri il valore è sceso da 0,69 a 0,5. Il terzo indizio che conferma la prova dell’attuale fase risk-on arriva dal dollaro. Dopo i recenti scatti, il biglietto verde sta rifiatando. Il dollar index è sceso da 93,5 punti a 92 punti. Altra faccia della stessa medaglia è il recupero dell’euro tornato sopra quota 1,18 nei confronti della divisa Usa.

C’è quindi da stare tranquilli? Ni. Perché va ricordato che i temi che avevano preoccupato fino a qualche giorno fa gli investitori restano ancora aperti come dimostrano gli elevati rendimenti dei titoli governativi Usa e l’aumento delle probabilità che la Fed alzi un paio di volte i tassi entro la fine del 2022, balzate in una settimana dal 35% al 55%. È il segnale che una parte degli operatori non si fida delle parole rassicuranti a cui varie volte in questo primo trimestre il governatore Powell ha fatto ricorso ribadendo che di strette monetarie non se ne parla almeno fino al 2023. In fondo è questa mancanza di fiducia che rende i recenti record azionari, in particolare quelli a Wall Street che prezza oltre 20 volte gli utili attesi, belli da osservare ma fragili per chi è chiamato adesso su questi livelli a compiere scelte di portafoglio.

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