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Borse, la fiammata del petrolio frena il calo

Elevata volatilità sulle piazze finanziarie europee e Usa che in serata sono tornate in parità
La fiammata registrata dai prezzi del petrolio ha frenato la discesa delle Borse europee. Ieri infatti le principali piazze finanziare del Vecchio continente – appesantite dalle vendite sui settori bancario, assicurativo e auto – avevano aperto in discesa, per poi invertire direzione sulla scia dell’apertura in rialzo di Wall Street influenzata, come detto, da un ampio balzo in avanti dei prezzi del petrolio. Le notizie in arrivo da Canada e Libia, assieme alla sensazione che il mercato si stia avviando verso un equilibrio tra domanda e offerta, hanno infatti spinto in alto le quotazioni del barile. Il Brent è schizzato verso l’alto per toccare un picco di 46,67 dollari al barile per poi tornare a quota 45 mantenendo un rialzo di circa l’1%; andamento simile per il nordamericano Wti, che durante la seduta ha superato la soglia dei 46 dollari, per poi assestarsi attorno a 44,3o dollari, contro i 43,78 di mercoledì. L’effetto positivo tuttavia ha avuto breve durata e in serata gli indici hanno chiuso attorno alla parità: Milano – che era arrivata a guadagnare fino all’1,5% – ha perso lo 0,07%, Parigi lo 0,11% mentre piccoli recuperi sono stati messi a segno da Francoforte (+0,24%), Londra (+0,09%) e Madrid (+0,24%). E Wall Street in serata è girata in negativo, con S&P’500 e Nasdaq in leggero ribasso.
Sul fronte valutario il dollaro ha recuperato terreno ad ampio raggio. L’euro ha perso quasi una figura scivolando da 1,148 a 1,14. Si è arrestata anche la progressione dello yen che nelle ultime sedute si era portato al top da 18 mesi sul biglietto verde. Il dollar index – che monitora l’andamento della divisa Usa in relazione a un paniere di sei valute, ponderate con pesi specifici differenti (euro 57,6%, yen 13,6%, sterlina 11,9%, dollaro canadese 9,1%, corona svedese 4,2%, franco svizzero 3,6%)- è salito dell’1,2% a 93,7 punti. Da segnalare poi anche un nuovo allargamento delle spread tra BTp e Bund a 135 punti base, il massimo dal 25 febbraio.
Sul fronte macro è stata una giornata povera di spunti eclatanti. L’indagine congiunturale sul clima di fiducia nel settore dei servizi in Cina a cura di Caixin ha segnato in aprile un leggero rallentamento del ritmo di espansione, accompagnato però a un ritorno alla crescita della voce occupazione. L’indice generale è passato a 51,8 da 52,2 di marzo, mentre il capitolo lavoro risale di due punti pieni a 50,9. In Gran Bretagna l’indice Pmi servizi è sceso ad aprile a 52,3 punti dai 53,7 punti del precedente mese di marzo. Si tratta di un risultato sotto le attese degli analisti che indicavano una quota di 53,6, quasi in linea con marzo. L’indice di aprile è comunque sopra quota 50, spartiacque tra espansione e contrazione. Negli Stati Uniti le nuove richieste di sussidi di disoccupazione sono cresciute più delle attese. Il dato segue quello deludente della vigilia calcolato da Adp, secondo cui il mese scorso è stato creato nel settore privato il numero di posti di lavoro più contenuto dall’aprile 2013. Le premesse non sono buone per il rapporto sull’occupazione che il governo Usa pubblicherà oggi e dal quale dipende la politica monetaria della Federal Reserve. Il mercato in generale non si aspetta più di un rialzo dei tassi nel 2016.
Quanto al petrolio, le quotazioni hanno reagito con forti rialzi alle notizie che continuano a giungere sul divampare degli incendi e sullo Stato di emergenza nella provincia di Alberta, in Canada, dopo che un vasto incendio ha costretto all’evacuazione tutti gli 88mila abitanti di Fort McMurray, cittadina famosa per la produzione del petrolio dalle sabbie bituminose (si veda il Sole 24 Ore di ieri), ora in brusca frenata: le compagnie petrolifere che operano nella zona hanno sospeso l’attività e chiuso alcuni oleodotti per consentire l’evacuazione del personale non essenziale.
Quanto alla Libia, il Paese sta assistendo a un intensificarsi degli scontri armati: lo Stato islamico ha proclamato l’allarme generale a Sirte, in vista di un imminente attacco e ha preso il controllo di Abu Grein, avamposto a un centinaio di km da Misurata. Il risultato è che il Paese, visto soprattutto il forte rallentamento dell’attività nel porto di Marsa al-Hariga, rischia dover ridurre nuovamente le estrazioni di circa 120mila barili la giorno (la Libia, ora come ora, produce circa 400mila bg al giorno, un quarto dell’output del 2011).Se l’offerta di Canada e Libia è in calo (sia pur momentaneo), è in crescita invece quella iraniana, il cui export è salito a 2,1 milioni di barili al giorno, ovvero solo 100mila barili in meno rispetto ai livelli pre-sanzioni. Da notare che il mercato è estremamente sensibilie a ogni notizia in arrivo dal fronte dell’offerta. La sensazione generale è che comunque ci si stia avviando verso l’equilibrio. E l’analista di Ubp, Erasmo Rodriguez, ha sottolineato il fatto che il sentiment stia migliorando in quanto il mercato vede una domanda globale stabile e segnali cali nell’offerta dei Paesi non-Opec. «Noi – ha aggiunto – stiamo rivedendo al rialzo le nostre previsioni sul prezzo del Brent a sei mesi da 40 a 45 dollari al barile».

Balduino Ceppetelli
Vito Lops

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