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Borse in tensione, occhi sulle banche centrali

In attesa di conoscere l’orientamento delle principali Banche centrali alla vigilia di una tornata di riunioni che vede in prima fila la Bce (che si riunisce domani) seguita da Fed (27-28 ottobre) e Bank of Japan (30 ottobre), gli investitori ieri hanno monetizzato alcuni movimenti di mercato delle ultime settimane.
La giornata di contrattazioni è stata condizionata dalla debolezza del mercato delle commodities. Il pretesto per le vendite lo hanno fornito le recenti rilevazioni su crescita e produzione industriale in Cina che hanno alimentato dubbi sulla domanda del primo importatore mondiale di materie prime innescando ribassi sui prezzi dei minerali e sui corsi azionari delle società che li producono e commercializzando. Sul fronte petrolifero invece è stato soprattutto l’annuncio di lunedì dell’Iran di voler riportare la produzione petrolifera ai livelli pre-sanzioni ad innescare un ribasso del greggio che ha avuto effetti a cascata sui titoli delle società Oil&Gas. Nel finale di seduta in ogni caso la pressione al ribasso su energetici e minerari si è attenuata e le perdite, che nel corso della mattinata avevano superato il punto e mezzo percentuale, si sono ridotte ad un -0,22% per il paniere delle società minerarie e ad un -0,69% per quello delle petrolifere. L’impressione insomma è che la volatilità dei titoli sia l’effetto più dei realizzi del mercato dopo un rally (+10% circa) messo a segno da inizio mese.
A fine seduta il saldo finale è negativo per buona parte delle piazze con Milano in calo dello 0,67%, Madrid dell’1,05%, Parigi dello 0,64%, Francoforte dell 0,16% e Londra dello 0,11%.
Giornata di realizzi anche per l’euro. Dopo i ribassi delle ultime sedute, ieri la moneta unica è tornata ad apprezzarsi toccando un massimo di seduta a 1,1388 dollari. Il pretesto per comprare la moneta unica è arrivato dai risultati del consueto sondaggio Bce sull’andamento del mercato del credito da cui è emerso che, nel terzo trimestre di quest’anno, c’è stato un ulteriore allentamento dei criteri di erogazione dei prestiti alle imprese nell’area euro. Numeri che dimostrano come il programma di Quantitative easing della Bce stia funzionando e che in qualche modo mettono in dubbio l’utilità di una sua possibile estensione.
Questo a voler dar retta a chi scommette su un orientamento restrittivo da parte della Bce. Ma le argomentazioni non mancano neppure a chi punta, se non su un ampliamento dell’attuale programma di stimoli, quantomeno sull’utilizzo di una una retorica espansiva da parte del presidente Draghi tale da creare aspettative in tal senso. Si segnalano a riguardo le esternazioni del governatore della Banca di Spagna Luis Maria Linde che ieri ha ricordato che, se necessario, la Bce può «usare la flessibilità conferita al programma di acquisto di titoli per estenderne l’ammontare o modificarne la composizione». Secondo il banchiere spagnolo i livelli dell’inflazione nell’Eurozona «sono ancora lontani in maniera preoccupante dall’obiettivo». Una conferma in questo senso peraltro è arrivata ieri dal dato sui prezzi alla produzione in Germania risultati in calo del 2,1% a settembre (- 1,8% le attese degli analisti). L’andamento dei prezzi alla produzione influenza il dato finale sull’inflazione nella misura in cui le aziende decidono di tradurre il minor costo di produzione in un prezzo finale più basso ai clienti finali.
È anche vero che la debolezza dell’inflazione nell’area euro non è una grossa novità così come non lo è il «siamo pronti a tutto» dei banchieri centrali. Chi voleva prendere profitto dei recenti movimenti di mercato non si è fatto troppo influenzare. In questo senso va letta anche la performance dei titoli di Stato continentali i cui rendimenti ieri sono tornati a risalire. Da segnalare in particolare il movimento del tasso Bund decennale che, dopo esser sceso del 16% nell’ultimo mese, ieri è nettamente risalito passando dallo 0,57% della chiusura di lunedì allo 0,63%.

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