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Borse in rosso sul «silenzio» di Francoforte

Se in un sol giorno aumentano le probabilità del tapering (taglio degli stimoli monetari) e, in più, dalla Banca centrale europea non arrivano “regali” di Natale, non è difficile ipotizzare quale sia stata la reazione dei mercati. Piazza Affari ha indossato ancora una volta la maglia nera: il Ftse Mib ha lasciato sul terreno l’1,75%, contro il -1,29% europeo, aggiornando il passivo settimanale al 5,8%. Ribasso superiore al punto percentuale anche per Madrid e Parigi mentre hanno limitato i danni Franoforte e Londra. Debole pure gli indici a Wall Street.
Dopo una mattinata incerta i listini si sono nettamente direzionati in rosso in scia al Pil degli Stati Uniti che nel terzo trimestre è salito del 3,6%, battendo le attese. Dinanzi a questi numeri per la Federal Reserve diventa sempre più difficile rinviare il programma di rientro dalla “droga monetaria” che attualmente viaggia al ritmo di 85 miliardi di dollari al mese. Decisivi potrebbero essere i dati sull’occupazione di oggi. Se anche in questo caso i numeri vinceranno le aspettative lo scenario di un “tapering di Natale” non è da escludere. È di questo avviso il presidente della Fed di Atlanta, Dennis Lockhart, secondo cui il piano potrebbe partire anche nel prossimo meeting in programma il 17-18 dicembre (l’ultimo guidato da Ben Bernanke).
E poi non va trascurato l’effetto Draghi. La Bce ha lasciato il tasso invariato allo 0,25% e ha rimandato ulteriori manovre in futuro. L’inflazione, le cui stime per il 2014 sono state riviste in ribasso dall’1,3% all’1,1%, resta il sorvegliato speciale. Se dovesse riemergere lo spettro della deflazione l’istituto di Francoforte potrebbe tirare fuori dal cilindro altre munizioni «non convenzionali». Draghi ha parlato anche della possibilità di lanciare un nuovo Ltro (finanziamento a tasso agevolato a banche) ma diverso rispetto ai prestiti erogati nel 2011-2012 (confluiti perlopiù nell’acquisto di titoli di Stato) e più orientato all’economia reale. Alcuni analisti si aspettavano, appunto, l’annuncio di un Fls, ovvero del Funding for lending scheme (prestito a banche in proporzione ai finanziamenti elargiti in favore di famiglie e imprese) in salsa britannica (la Bank of England ha emsso due tranche a partire da luglio 2012). E sono stati delusi.
Come visto, le Borse ne hanno risentito. Tra le blue chip a Milano Fiat è stato il peggior titolo (-3,7%). Forti vendite sui bancari (Bper, Intesa Sanpaolo, Mps e Bpm hanno ceduto più del 3%). Male anche Telecom Italia (-2,63%) dopo che l’Antitrust brasiliano ha multato Telefonica per l’aumento della sua partecipazione in Telco, in contrasto con gli accordi firmati nel 2010 per evitare un conflitto d’interessi nel Paese sudamericano. Ma l’effetto Draghi si è sentito soprattutto sull’euro che si è portato oltre 139 yen e 1,365 dollari. Il nulla di fatto della Bce ha spinto gli acquisti sulla divisa comunitaria accompagnati anche dalle vendite di dollari in prospettiva tapering (se la Fed dovesse frenare l’aumento della base monetaria il biglietto verde sarebbe portato naturalmente a rivalutarsi). La correzione ha interessato anche il mercato dei bond. Sono stati venduti tanto i bond della periferia quanto quelli dell’Europa “core” con conseguente rialzo dei tassi di interesse (che si muovono in direzione opposta ai prezzi). Il rendimento dei Bund a 10 anni è salito del 3,69% a quota 1,86%. In rialzo anche i corrispettivi BTp (+1,5%) con il tasso salito al 4,22% vicinissimo al 4,23% dei Bonos di pari scadenza. A questo punto lo spread tra Italia e Spagna si è ridotto ad appena un punto base. Madrid infatti ha attutito le tensioni grazie un report di Moody’s che ha alzato l’outlook sul debito da «negativo» a «stabile». Ciò spiega anche il successo dell’asta di titoli spagnoli a 5 anni per un controvalore di 3,52 miliardi con il tasso che è sceso al 2,72%, il livello più basso degli ultimi otto anni. Le buone notizie finanziarie stridono però con quelle dell’economia reale dato che secondo un studio di Pwc reso noto da El Pais ci vorranno 15 anni prima che in Spagna il tasso di disoccupazione torni sotto il 10 per cento.

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