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Borse in rosso, il voto di Atene non basta

Il voto in Grecia non ha dato sollievo ai mercati. I listini europei, dopo l’apertura all’insù sulla scia della vittoria dei conservatori pro-euro, hanno virato al ribasso per chiudere contrastati: Madrid, maglia nera, ha perso il 2,96%; Milano, su cui ha pesato lo stacco delle cedole (quantificabile in un ribasso dell’1,2%) ha ceduto il 2,85%. In discesa anche Parigi (-0,69%). Francoforte (+0,3%) e Londra (+0,22%) hanno invece strappato il rialzo. Andamento replicato a Wall Street: il Dow Jones perde lo 0,19%, il Nasdaq sale dello 0,78%, mentre lo S&P-500 avanza dello 0,14%.
>Alla fine della scorsa settimana, i fondi speculativi si erano posizionati lunghi sui listini, convinti che il voto di Atene avrebbe consegnato il Paese a Syriza, che non accetta il piano di austerity della troika Ue-Bce-Fmi. Questo avrebbe costretto le Banche centrali a intervenire. Ma lo scenario non si è realizzato e i fondi hanno dovuto riposizionarsi. Tuttavia, il focus resta sulle banche centrali: tanto che più che sul G20 o l’Eurogruppo, l’attesa è soprattutto per la riunione della Fed di mercoledì.
La speranza? Nuova liquidità che faciliti, in un periodo caratterizzato da volumi contenuti e alta volatilità, il trading. Anche di brevissimo periodo. Come, ad esempio, è successo ieri intorno alle 10. Quando, cioè, un “semplice” sondaggio di Barclays, secondo il quale il 58% degli investitori intervistati dalla banca d’affari ritiene che l’anno prossimo l’Eurozona perderà almeno un membro (un’ipotesi che sarebbe costosissima per l’eventuale Stato uscente e Eurolandia e complicatissima da realizzare), è bastato a dare il «la» al ribasso dei mercati.
Simile l’andamento dei mercati valutari. Il mini-rimbalzo dell’euro, che nelle ore immediatamente successive al voto aveva toccato il massimo da un mese a 1,2747 dollari, si è rilevato in fretta per quello che era, una fiammata effimera. Già in chiusura dei mercati asiatici, la moneta unica aveva smarrito lo slancio e nelle prime ore del pomeriggio era sotto 1,26. Una discesa che l’ha portata fino a un minimo di giornata di 1,2556 e che sembra destinata a continuare nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. Venerdì sera a New York, il cambio viaggiava a 1,2640.
Se nel medio periodo un apprezzamento dell’euro non è giustificato dai fondamentali, nel brevissimo, per riaccendere le pressioni al ribasso è bastato rendersi conto che in Grecia la formazione di un Governo solido e deciso a portare avanti il risanamento non è cosa semplice né rapida e che comunque l’Eurozona ha altri punti deboli che si alimentano a vicenda, come i rendimenti spagnoli ieri hanno ricordato.
Da tempo, banche d’affari e analisti prevedono una forte flessione dell’euro. Secondo Morgan Stanley, il dollaro guadagnerà l’8,2% nel 2012. Dal 6 maggio, giorno del precedente voto ad Atene, quello che aveva mandato in stallo la politica greca, l’euro ha perso quasi il 4% sul dollaro e il 5% sullo yen. Il 24 febbraio scambiava ancora a 1,3487 dollari. Il recupero del l’1% messo a segno la scorsa settimana sembra poter essere archiviato come una pausa tecnica.
Il calo dell’euro potrebbe essere più rapido se non ci fossero alcuni fattori a frenarlo. A cominciare dal quantitative easing della Fed: dal 2008, la Banca centrale americana, che tiene i tassi prossimi allo zero, ha immesso sul mercato 2mila miliardi di dollari. E un’altra iniezione (forse già alla fine di questa settimana) è data quasi per scontata, considerando che l’economia stenta a prendere slancio con ripercussioni sul mercato del lavoro che complicano la corsa di Barack Obama verso la riconferma alla Casa Bianca a novembre. L’Operation Twist è ormai agli sgoccioli e i mercati sono sempre più convinti che Ben Bernanke si stia preparando a una nuova campagna di allentamento monetario.
L’iniziezione di dollari potrebbe però non deprezzare il biglietto verde quanto ci si aspetterebbe. Dopo aver scaricato fiumi di biglietti verdi nel 2011, le Banche centrali stanno ricostituendo le riserve in valuta estera e lo stanno facendo al passo più rapido dal 2004. Al punto da lasciare il settore privato a corto di dollari. Sceso al minimo record del 60,5% nel secondo trimestre del 2011, il peso del dollaro sulle riserve valutarie globali è tornato al 62,1% a dicembre, in crescita dell’1,6%, secondo gli ultimi dati dell’Fmi. Sulla base di queste cifre, Morgan Stanley ha calcolato che le operazioni delle Banche centrali hanno lasciato il settore privato con uno scoperto di 2mila miliardi di dollari rispetto alle necessità dettate dalla crisi. Un gap che era di 400 miliardi di dollari nel 2008. Questo spiegherebbe perché da metà aprile il dollaro si è apprezzato del 3,5% su un paniere di valute, nonostante il contemporaneo consolidarsi delle aspettative per un nuovo allentamento monetario.
Un freno a una più repentina flessione dell’euro arriva anche dalla Svizzera: Berna sta cercando di difendere la soglia posta a 1,2 nel cambio con il franco svizzero, per riuscirci spende decine di miliardi per comprare euro. E qualcosa di simile sta cominciando a farla la Danimarca. I capitali che prima si rivolgevano alla Svizzera per trovare un porto franco, sono stati deviati verso la corona danese e quella norvegese. La Danimarca, che dal 1999 ha un peg sull’euro, nell’ultimo mese ha speso per difenderlo più di quanto fatto dall’inizio del 2010.

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