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Borse in rally, titoli di Stato ai nuovi minimi

Una settimana fa la tempesta (Piazza Affari aveva perso il 7,4%), adesso l’euforia. I?mercati finanziari ci hanno abituati a questi alti e bassi, che fanno anche il gioco della grande speculazione che trae vantaggio proprio dall’alta volatilità. 
Particolarmente volatile è stata la giornata del petrolio, iniziata con rialzi fino al 4% e conclusa con un ribasso di analoghe dimensioni per il Wti, che ha chiuso a 54,11 dollari al barile. Il Brent per febbraio ha invece limitato le perdite – si fa per dire – al 3,2%, concludendo a quota 59,27 $.
Per le Borse globali e per i bond governativi dell’Eurozona si è trattato comunque di una seduta da incorniciare. Piazza Affari ha chiuso in progressione con un rialzo del 2,65% e i tassi nominali dei BTp decennali sono scivolati al minimo di tutti i tempi (1,92% per poi risalire all’1,97%, va però tenuto conto che il tasso reale che esprime il costo effettivo sul debito non è sui minimi dato che l’inflazione è pressoché?a quota 0). Acquisti ancor più consistenti su molti altri listini azionari(Francoforte +2,79%, Parigi +3,35%, Madrid +3,4% e Londra +2,04%). Spumeggiante il dato medio, con l’indice Eurostoxx 50 a +3,14%.
Il Ftse Mib è ritornato sopra i 19mila punti e secondo molti analisti potrebbe a questo punto rivedere e superare la soglia dei 20mila punti entro fine anno. Del resto, le statistiche dell’andamento delle ultime due settimane dell’anno sono favorevoli. Negli ultimi 10 anni in nove casi Piazza Affari si è apprezzata, un dato migliore anche di Wall Street che pure è andata bene nell’80% dei casi. Per Francesco Previtera, responsabile equity research di Banca Akros –Esn «un target tecnico di 20.800 per il Ftse Mib sembra essere raggiungibile. A reagire sarebbero i settori più penalizzati nella correzione a partire da energetici e finanziari». Ma c’è anche chi predica prudenza. «Nell’attuale contesto di mercato con l’attenzione verso alcune forti debolezze nella tenuta di alcuni Paesi emergenti, a pochi giorni dalla chiusura dell’operatività annuale, riteniamo improbabile che possa concretizzarsi un rally di fine anno – spiega David Basola, responsabile Italia di Mirabaud am -. Riteniamo invece che possa prevalere un atteggiamento di presa di beneficio per materializzare i risultati conseguiti. Anche per l’indice italiano non ci aspettiamo fiammate positive». Visioni contrastanti che riflettono l’azione contemporanea di forze opposte. Ci sono due ragioni che spingono a favore di un ritorno dell’appetito al rischio, ma ci sono almeno tre fattori (incertezza in Russia e Grecia e sul prezzo del petrolio) che remano contro. Una spinta rialzista arriva dalla Federal Reserve che nell’ultima riunione dell’anno, ha scacciato l’ipotesi di un rialzo a breve (entro aprile 2015) dei tassi. Il governatore Yanet Yellen ha usato la parola «pazienza», oltre a riconfermare il «considerevole» periodo di tempo prima di un rialzo dei tassi. Rialzo che sposterebbe capitali dal settore azionario all’obbligazionario e che quindi è “malvisto” dalle parti di Wall Street. Non a caso anche ieri la Borsa statunitense ha dato vita a un forte rally (il secondo consecutivo). La seconda notizie favorevole ai mercati arriva dall’Europa. La Bce ha aperto al quantitative easing, ovvero all’ipotesi di acquistare titoli di Stato dell’Eurozona per immettere nuova liquidità nel sistema. La reazione è stata immediata: i tassi decennali dei bond governativi dell’Eurozona stanno aggiornando a cascata i minimi storici (il Bund a 10 anni ha toccato 0,57%, vicino al minimo di 0,56%) andando in parte ad anticipare la mossa dell’istituto di Francoforte.
Se Fed e Bce sembrano sostenere i listini bisognerà valutare il peso dei tre fattori che potrebbero contrastare una progressione del rialzo. Che, come detto, sono le tensioni in Russia (anche se nelle ultime due sedute il rublo e la Borsa di Mosca hanno recuperato terreno dopo che il presidente Vladimir Putin ha annunciato che la banca centrale è pronta a varare una serie di nuove misure per sostenere il cambio), l’andamento ribassista del prezzo del petrolio (“visto” sotto i 60 dollari nella prima parte del 2015 da molti analisti) e in Grecia. Da questo punto di vista si dà quasi per scontato che si arrivi al terzo turno per provare a eleggere il presidente con la maggioranza governativa, calendarizzato per il 29 dicembre. In caso di mancata elezione del candidato espresso dalla maggioranza di governo di Antonis Samaras (Stavros Dimas) anche al terzo turno, sarà sciolto il Parlamento e saranno convocate elezioni legislative anticipate. In questo caso, Syriza, partito anti-austerity e favorevole a una nuova rinegoziazione del debito, si presenterebbe come grande favorito per la vittoria. Ed è questa l’ipotesi che spaventa gli investitori, dover rinunciare a una fetta del prezzo delle obbligazioni acquistate. In quel caso l’ipotizzato rally di fine anno potrebbe interrompersi proprio sul più bello.
Le tensioni, peraltro, sono confermate dall’analisi dell’andamento da inizio anno dei bond dell’Eurozona. Se quelli dei BTp si sono più che dimezzati (dal 4,08% all’1,92%), trend ancora più netto per Spagna (dal 4,13% all’1,73%), Irlanda (dal 3,4$ all’1,29%) e Portogallo (dal 6% al 2,77%) i titoli greci sono gli unici a essere tornati più in alto (dall’8,4% all’8,49%). Segnale che il focolaio di Atene non è ancora spento.
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