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Borse in rally, ma è il peggior trimestre

Dopo un lunedì nero (-2,2% lo Stoxx europeo) e un martedì grigio, arriva il tanto atteso «rimbalzo» per le Borse europee. Il saldo finale per gli indici in chiusura di contrattazioni ieri è risultato nettamente positivo con Milano in rialzo del 2,74%, Parigi del 2,57%, Madrid dell’1,77%, Francoforte del 2,22% e Londra che ha guadagnato il 2,58 per cento.
Una giornata di forti rialzi che chiude tre mesi pessimi in cui i mercati azionari continentali hanno lasciato sul terreno circa l’11% del proprio valore (peggior flessione trimestrale dal 2011) affossati prima dalle incertezze sulla crisi greca, poi dai dubbi su una possibile rallentamento cinese e sulle ripercussioni che un eventuale rialzo dei tassi Fed sugli Emergenti e infine dal «dieselgate» che ha travolto il settore auto: un conto totale da 11mila miliardi di dollari per i listini globali.
Dopo aver perso il 14% in sette sedute ieri l’indice settoriale europeo Stoxx 600 Auto si è ripreso guadagnando il 3,20%. La notizia degli sgravi fiscali introdotti dalla Cina per rilanciare il mercato dell’auto ha sicuramente favorito il rimbalzo. Nel complesso però è stato soprattutto per motivazioni tecniche che le azioni delle società automobilistiche, al pari degli altri settori merceologici, hanno ripreso quota. Ieri era l’ultima seduta del trimestre ed è assai probabile che chi aveva preso posizioni ribassiste sul mercato azionario europeo abbia voluto monetizzare la scommessa chiudendo queste posizioni favorendo così la risalita dei prezzi. «È sbagliato interpretare questo rialzo con l’idea che il peggio sia alle spalle» sostiene Kit Juckes strategist di Societe Generale, convinto che nel quarto trimestre dell’anno «solo pochi e coraggiosi investitori si avventureranno a scommettere sul mercato azionario o sulle depresse valute dei mercati emergenti».
Non basta certo una giornata seppur positiva per scacciare gli elementi di incertezza che hanno condizionato e continueranno a condizionare i mercati in questi mesi. Orientarsi in questa fase di volatilità è operazione difficile. Si prenda il caso del «market mover» per eccellenza: la Fed. Benché il presidente della banca centrale Usa Janet Yellen abbia di recente confermato la propria intenzione di alzare il costo del denaro entro l’anno, gli investitori non sembrano crederci più di tanto: il mercato dei futures sconta una probabilità inferiore al 50% che questo avvenga.
Più prevedibile sulla carta potrebbe essere la Bce che, nell’opinione di molti, dovrebbe estendere ammontare e durata del suo piano di Quantitative easing. Soprattutto alla luce di una dinamica dei prezzi che stenta a decollare come dimostrano i dati pubblicati ieri da Eurostat che hanno certificato una flessione dello 0,1% dei prezzi al consumo a settembre.
In un rapporto dedicato all’area euro, gli analisti di Standard & Poor’s hanno stimato che il programma di Quantitative Easing sarà prolungato oltre il suo termine del settembre 2016. La previsione è che si vada «fino alla metà del 2018» con «un ammontare esteso fino a 2.400 miliardi di euro, più del doppio rispetto ai 1.100 miliardi previsti in origine». Secondo gli esperti dell’agenzia l’inflazione resterà a lungo lontana dall’obiettivo della Bce e ciò manterrà al ribasso la pressione sui rendimenti dei titoli di Stato.
Come del resto si può notare chiaramente osservando il grafico del tasso BTp che ieri ha toccato un minimo all’1,71%, soglia che non si vedeva da maggio di quest’anno. Alla luce di queste considerazioni va letta anche la debolezza della moneta unica, che ieri si è confermata sotto la soglia di 1,12 dollari.

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