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Borse in rally, corsa a nuovi record

«Sell in may and go away». Cioè, «vendi in maggio e va via». L’adagio di Wall Street è noto. E, tuttavia, gli investitori fin qui non lo hanno seguito. Gli indici statunitensi, infatti, nell’ultima seduta hanno aggiornato i loro record intraday. L’S&P 500 è andato oltre 1.622 punti mentre il «vecchio» Dow Jones ha superato l’importante quota di 15.000. E l’Europa? Anch’essa ha viaggiato al rialzo. Piazza Affari è stata la migliore della giornata, guadagnando l’1,54%. Un po’ più contenute, invece, Madrid (+0,47%), Parigi (+0,37%), Londra (+0,55%) e la stessa Francoforte (+0,86%). Quest’ultima, però, durante le contrattazioni ha visto il Dax oltrepassare per qualche momento quota 8.200, ennesimo record storico per l’indice tedesco.
Se questi le singole percentuali, quali tuttavia le motivazioni dei nuovi massimi? Il filo rosso che lega le Borse europee a quelle statunitensi è rappresentato, inutile dirlo, dalle politiche ultra-espansive delle banche centrali (Fed e BoJ, in primis). «La liquidità – ricorda Alberto Poretti, esperto del desk derivati azionari di Banca Akros – è l’elemento di fondo che, nel breve periodo, spinge i listini». La voglia di rendimento, «il risk on», domina la scena. «Un andamento peraltro che, anche a fronte della bassa volatilità sia a Wall Street che in Europa, gli investitori sembrano volere sfruttare a pieno». Cioè, il rischio di tracollo non dovrebbe essere dietro l’angolo.
Gli stessi multipli degli indici paiono sostenere la tesi. Il rapporto prezzo/utili dell’S&P500 è attualmente di 15,5 in linea con la media degli ultimi anni. Anche il P/e del Dax non sembra sopravvalutato: 12,4 quello stimato sul 2013, a fronte del 14,7 del 2012 e del multiplo di 12 nel 2011. Certo, simili indicatori diverse volte hanno un po’ lasciato a desiderare. E, tuttavia, l’indizio di una bolla generalizzata sull’azionario non pare concreto. Semmai, non può escludersi l’ipotesi di una correzione. Soprattutto, su particolari Borse.
Piazza affari, ad esempio, è un listino sensibile allo spread BTp-Bund e all’andamento dei titoli bancari. Il differenziale, ieri, ha chiuso in ribasso a 251 punti base, con il saggio del decennale italiano al 3,8%. In un simile contesto le banche del Belpaese (imbottite di BTp) sono rimbalzate. Il Ftse Italia bank ha guadagnato il 3,4% mentre il comparto dei servizi finanziari è salito del 2,74%. Bene, peraltro, anche le assicurazioni (+1,8%) e i titoli tecnologici (+1,3%). In rialzo, infine, le costruzioni (+2,2%). Quest’ultima performance, di fronte alla dura recessione che morde l’Italia, può suscitare sorpresa. Al di là della singola dinamica contingente, può aver giocato favorevolmente l’effetto «simpatia» dei dati macro tedeschi. In Germania, infatti, gli ordini manifatturieri di marzo sono cresciuti del 2,2% rispetto a febbraio. Un valore al di sopra le stime che indicavano, al contrario, una contrazione.
Il loro impatto, tuttavia, è stato limitato. Come, del resto, un po’ tutti i dati macro in questo periodo. La prova? Arriva dal cross euro-dollaro. Ebbene, sulla scia della pubblicazione dei numeri sugli ordini tedeschi la moneta unica è schizzata oltre 1,3130. Poi però è scesa giù, tornando sui valori pre-pubblicazione dei dati. Al contempo, lo yen (dopo che Tokyo ha raggiunto i massimi dal 2008) si è mosso all’incontrario: prima è crollato; poi è ri-salito. Alla fine l’euro, verso il dollaro, ha chiuso la giornata piatto (1,3084).
Insomma, è chiaro che i flussi d’investimento di breve (magari dal Giappone), in un ambiente volatile, sfruttano ogni market mover. Per guadagnare. «Sul lungo periodo, invece – dice Vincenzo Longo di Ig -, pesa la libertà di manovra della Fed. Anche più della congiuntura Ue»

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