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Borse in calo, pesano Brasile ed emergenti

Li chiamavano Brics. Erano la locomotiva della crescita globale. Ora sono il problema del mondo intero, e il declassamento del rating del Brasile deciso due notti fa da S&P lo dimostra per l’ennesima volta. Il giudizio sull’affidabilità del debito del Paese è infatti tornato a «BB+», cioè al livello di «spazzatura» da dove era uscito nel 2008. La notizia ieri ha pesato sulle Borse mondiali, con quelle europee che hanno chiuso tutte in calo: Milano -1,02%, Francoforte -0,90%, Londra -1,18%. Non tanto per il declassamento in sé, quanto perché il ritorno negli inferi dei rating del Brasile è solo la punta di un iceberg ben più grande. 
Con la Cina nel caos finanziario e con la Russia e il Brasile in recessione, emerge sempre più che i Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) rischiano di diventare il nuovo capitolo della crisi finanziaria. Insieme a molti Paesi emergenti e a quelli (come Canada e Australia)?esportatori di materie prime. Ogni Stato ha le sue vulnerabilità specifiche e i suoi punti di forza (per esempio le riserve valutarie), ma alcuni elementi di debolezza accomunano molti di loro: l’eccesso di debito in valuta estera, la dipendenza dalle esportazioni di materie prime e i recenti deflussi di capitali.
Il peso del debito
Il primo problema degli emergenti è legato al debito. Negli ultimi anni di denaro facile stampato dalle banche centrali, il loro debito è infatti lievitato velocemente. Non tanto quello dei Governi, quanto quello delle società:?siccome tutti gli investitori del mondo si strappavano di mano le obbligazioni emesse da aziende brasiliane o di altri Stati emergenti, queste ne hanno approfittato e si sono iper-indebitate. Tra il 2009 e il 2014 – calcola Rbs – le obbligazioni delle aziende emergenti sono così raddoppiate, arrivando alla cifra record di 2.400 miliardi di dollari.
Il problema è che molti di questi debiti sono denominati in valuta estera. Per di più, calcola l’Iif, solo il 30% di questi sono “coperti” dal rischio valutario con derivati. Purtroppo le cifre sono grosse: in Perù e in Cile – calcola Rbs – è denominato in valuta estera oltre l’80% del debito delle imprese, in Turchia il 75%, in Indonesia circa il 70%, in Brasile quasi il 60%. Sommando il debito pubblico a quello privato – calcola Sace – la Russia ha un debito estero pari al 36,5% del Pil, la Turchia del 53,4%, il Brasile del 30%. Questo diventa un problema innanzitutto perché il dollaro (valuta in cui questi debiti andranno rimborsati) continua a salire: il real brasilano quest’anno ha già perso il 31% sul biglietto verde, la lira turca il 23%, il rublo russo il 14%. Questo è il problema: più il dollaro rincara, più il debito delle aziende di questi Paesi si ingigantisce. E se la Fed Usa decidesse di alzare i tassi americani, i dolori sarebbero ancora maggiori.
Economie poco diversificate 
L’altro grande problema che accomuna molti Paesi emergenti è l’eccessiva dipendenza dalle esportazioni di materie prime. Il 48,7% delle esportazioni del Brasile, per esempio, è costituito proprio da materie prime, energetiche e non. La Russia è messa ancora peggio: solo idrocarburi e metalli costituiscono l’82,6% dell’export totale del Paese. Ma anche in Sud Africa platino, oro e carbone costituiscono il 23% dell’export.
Fin che le materie prime rincaravano sui mercati internazionali, questi Paesi esportatori festeggiavano. Ma ora che tracollano (i loro prezzi sono in generale sui minimi da 13 anni), per questi Paesi i dolori sono forti. Anche perché Stati come la Russia – sottolinea Alessandro Terzulli, economista della Sace – hanno economie poco diversificate: il settore manifatturiero, che beneficerebbe del ribasso della valuta locale, non è abbastanza sviluppato da compensare il tracollo del settore energentico.
Deflussi di capitali
La crisi ha ovviamente causato la ritirata degli investitori internazionali da Borse e bond. Solo da luglio, come documenta Ubs su dati Epfr, sono fuoriusciti da questi mercati fondi per 41 miliardi di dollari, portando l’emorragia di capitali totali investiti in fondi da inizio 2015 a 53 miliardi di dollari. Quasi tutti i mercati hanno visto deflussi, con l’eccezione della Borsa di Mumbai. Da Pechino il saldo netto dei flussi è negativo per il 2,6% della capitalizzazione di Borsa di Shangai e Shenzen. Brasile e Russia hanno visto erosioni di afflussi rispettivamente per l’1,1% e lo 0,7%. L’esodo viene da lontano. Come mostrano i dati Lipper, i fondi azionari emergenti globali vedono flussi netti negativi per 2 miliardi a 9 mesi e una crescita di solo 1,5 miliardi a un anno, quando solo tre anni fa i flussi in entrata valevano ben 71 miliardi. I dati Citi mostrano che a livello globale il saldo è negativo per quasi 80 miliardi a 12 mesi e questo solo per gli investimenti azionari. È da tempo quindi che i gestori hanno deciso di scaricare posizioni sugli emergenti. Troppo rischio per mercati che hanno corso molto, meglio i listini benedetti dai Qe delle banche centrali.
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