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Borse in caduta, pesa il rischio Grecia

di Luca Davi

Metteteci il forte rialzo messo a segno dai listini a partire dallo scorso dicembre. Aggiungeteci le nuove incertezze che aleggiano sull'accordo (definitivo) relativo al debito ellenico. E mescolate il tutto con le poco incoraggianti notizie macroeconomiche provenienti da Cina ed Europa. Ecco, in uno scenario simile, la correzione tecnica subita ieri dai listini non può che apparire come «un evento quasi fisiologico», commentava ieri uno dei più importanti gestori azionari italiani. Per quanto naturale, il ribasso accusato dalle piazze finanziarie è stato tuttavia pesante, addirittura il peggiore degli ultimi tre mesi. Milano ha chiuso in caduta del 3,39 per cento, Parigi è arretrata del 3,58%, Francoforte del 3,4%, Madrid del 3%, Londra dell'1,86 per cento. Ribassi che hanno riportato il FtseEuroFirst 300, l'indice dei 300 titoli più importanti d'Europa, al minimo dal 1 febbraio. In flessione anche Wall Street: l'S&P 500 è sceso dell'1,54%, il Nasdaq ha ceduto il 1,36%. Il Dow, giù dell'1,58%, ha registrato la peggiore flessione da novembre.
Secondo molti osservatori, insomma, quelle di ieri non sono altro che inevitabili prese di beneficio dopo il balzo delle scorse settimane. Il rialzo è stato violento: nel giro di tre mesi i listini hanno riguadagnato in media quasi un quinto del loro valore. Basti pensare che dai minimi del 24 novembre l'indice milanese è salito del 16,5%, il Dax il 22%, Parigi il 19%, lo Stoxx 600 il 17,5%. «I margini per vendere e portare a casa i profitti in questa fase sono ampi», segnalava un trader.
Non solo. La correzione che stanno registrando i panieri azionari è amplificata anche dal fatto che i volumi risultano più bassi della media. Il recente balzo delle borse, è noto, è stato favorito dall'ottimismo generato dall'ondata di liquidità immessa dalla Banca centrale europea in occasione delle due maxi aste. Ma è anche vero che dei mille miliardi riversati sul mercato dall'Eurotower, ben poco sta finendo sull'azionario. Gli stessi flussi in entrata nei fondi azionari mondiali sono scarsi. L'effetto finale è che gli scambi sui listini di tutta Europa rimangono nella media storica, quando non al di sotto.
Gli elementi di incertezza
Per quanto di natura tecnica, la correzione di questi giorni prende però spunto da alcuni elementi di incertezza. Il principale è rappresentato dalla questione greca.
Entro domani dovranno essere raccolte le adesioni dei creditori privati alla proposta di scambio sui titoli di Stato greci. Il timore è che una bassa partecipazione all'operazione possa far scattare i Credit default swap e provocare così un fallimento incontrollato del paese. Un'ipotesi, questa, che secondo l'Iif, la Federazione internazionale bancaria, potrebbe costare oltre mille miliardi di euro. Un'enormità. Sulla scia di questo allarme, i gestori hanno preferito vendere i titoli bancari (in Europa il comparto ha perso il 4,2%), i più coinvolti da un eventuale collasso greco, e hanno fatto incetta di beni rifugio. I rendimenti dei Treasury sono così scesi dal 2 all'1,95%; il ritorno dei Bund tedeschi, sulla scadenza decennale, è atterrato all'1,78%, i minimi da metà gennaio; mentre l'euro contro il biglietto verde è sceso a quota 1,3123.
D'altra parte, nel pieno rispetto della strategia dell'avversione al rischio (il cosiddetto risk-off), i titoli dei paesi periferici sono finiti in vendita: il tasso dei BTp – che si muove nella direzione opposta ai prezzi – è risalito oltre quota 5%, quello dei Bonos spagnoli al 5,17%. Proprio la Spagna sta trasformandosi in un nuovo fronte di preoccupazioni per i mercati internazionali: Madrid ha aumentato il target del deficit di bilancio al 5,8% del Pil per il 2012, dal 4,4% iniziale. E la Ue si è riservata possibili multe. Gli operatori, invece, non hanno voluto aspettare. Ecco come si spiega il calo del 3,4% della Borsa di Madrid di ieri, ma anche la brutta performance realizzata fino ad oggi: da inizio anno, pur in uno scenario nel complesso molto incoraggiante, l'Ibex è addirittura in ribasso: -4,6 per cento.
Le fonti di preoccupazione tuttavia hanno a che vedere anche con i fondamentali macro economici. Dopo che la Cina ha rivisto al ribasso i target di crescita per il 2012 (al 7,5%), ieri è stata la volta del Brasile, il cui Pil nel 2011 è cresciuto "solo" del 2,7%, meno della metà del 7,5% del 2010. E come se non bastasse, Eurostat ha limato al ribasso il dato sul Pil 2011 di Eurolandia, tagliando di un decimale la crescita, al più 1,4%, mentre ha confermato una contrazione dello 0,3% del Pil sul quarto trimestre. Numeri che hanno favorito le vendite sui titoli dell'auto (-4,9%) e delle risorse di base (-2,6%).

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