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Borse, il virus colpisce Sydney

di Morya Longo

Il "virus" delle Borse ha colpito ancora: ieri è stato il listino azionario australiano ad andare in tilt tecnologico. Alle 14,48 ora locale la società che gestisce la Borsa di Sydney (Asx) ha dovuto spegnere l'intero listino azionario perché gli operatori non vedevano più nei monitor i prezzi, i volumi e non avevano più la conferma degli ordini. Da quel momento non ha più riaperto. Insomma: per la quarta volta in meno di una settimana, una Borsa finisce black out per colpa del sistema informatico. Martedì scorso era successo a quella di Milano, rimasta chiusa per una mattinata. Il giorno dopo a quella di Parigi, in panne per poche ore. Poi si è "spenta" Londra, dalle 7,54 alle 12,16. Ieri Sydney. Tutte per lo stesso motivo: il sistema informativo improvvisamente in tilt.

La cronaca di ieri in Australia appare come un incredibile deja vu. Il portavoce del listino, Matthew Gibbs, ha spiegato che la Borsa è stata chiusa quando agli operatori non arrivavano più i messaggi di esecuzione degli ordini su alcune società: investire senza vedere gli ordini è un po' come guidare in macchina con gli occhi chiusi. Impossibile. Così, appena dopo pranzo, l'intera macchina della Borsa è stata spenta. E, in attesa di trovare e riparare il guasto tecnico, la Borsa australiana è rimasta chiusa fino alla fine della giornata. Morale: ieri i volumi di scambio sono calati del 41% e – particolare non irrilevante – la seduta si è troncata senza avere prezzi di chiusura.

Difficile trovare un nesso tra questo ennesimo incidente tecnico e quelli della settimana scorsa. La Borsa australiana ha una piattaforma tecnologica, creata dal Nasdaq, che si chiama Genium INET: si tratta di una tecnologia nuova ma non nuovissima, tanto che la prossima estate sarà cambiata con una più veloce. La Borsa di Milano sta sulla piattaforma Tradelect e il sistema informativo (quello andato in tilt la scorsa settimana) si chiama DDM Plus. Il listino di Londra è invece sulla tecnologia Millennium, mentre il sistema informativo è Infolect. Tutti questi nomi diversi per esprimere un concetto: i listini finiti in panne viaggiano su tecnologie differenti, che non hanno alcun legame l'una con l'altra. Fino a prova contraria, dunque, non si può che pensare alla casualità.

Certo è, però, che la coincidenza è veramente strana. Di blocchi tecnologici ce n'erano stati altri in passato, ma una concentrazione così ravvicinata non si era mai vista. Il problema è che, allo stato attuale, non sono ancora state scoperte le cause scatenanti. Borsa Italiana, per esempio, da martedì scorso ha passato al setaccio tutti i file per capire cosa abbia causato il blocco, ma per ora non ha ancora trovato la risposta. È possibile che a giorni la matassa venga sbrogliata, ma allo stato attuale non ci sono dettagli. Il problema sembra essere legato ai software e ai sistemi interni.

Di ipotesi, in assenza di versioni ufficiali, se ne possono fare tante. Qualcuno pensa che ci possa essere un fattore di stress per queste piattaforme tecnologiche: forse i grandi volumi di scambi in queste sedute dominate dalla Libia. Ma questa ipotesi andrebbe a logica scartata, se si pensa che i volumi di negoziazione in questi giorni non sono così elevati. Si potrebbero ipotizzare attacchi informatici o sabotaggi, ma tra gli addetti ai lavori questa ipotesi viene scartata categoricamente. Forse la spiegazione è più semplice: le Borse sono quasi tutte in fase di transizione tecnologica, per cui – come quando la Tv è passata dall'analogico al digitale – ci possono essere intoppi. Comunque sia, una cosa è certa: la dipendenza dalla tecnologia sta diventando sempre più un boomerang.
 

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