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Borse, fiato sospeso per Fed e Paesi emergenti

Da dove verrà il prossimo scossone: dal Brasile o dalla Cina, dall’eurozona o dai junk-bond americani? Dopo la grande paura di giovedì, i mercati riaprono in stato di massima allerta. Gli investitori devono ancora prendere le misure di un mondo che è cambiato, dove tutte le certezze incrollabili fino a pochi mesi fa, si rovesciano e si trasformano in altrettante mine vaganti. I tassi risalgono, i Brics si fermano, i bond sono fonti di perdite immense, le materie prime si ritirano, il dollaro si rafforza. Rien ne va plus? Si rischia di perdere di vista il dato positivo sottostante: la banca centrale americana è convinta che l’emergenza in casa sua sia finita, che la ripresa Usa sia solida, e dunque ha preannunciato il ritorno alla normalità. E tuttavia come avverte Gavyn Davies sul Financial Times, la conclusione dell’emergenza significa che «termina il più grande esperimento economico» dei nostri tempi. La Federal Reserve ha offerto un calendario — sia pure approssimativo e condizionato — per lo smantellamento dei suoi massicci acquisti di bond. Le conseguenze sono talmente enormi, che i mercati nel cercare di valutarle sono entrati in uno stato febbricitante, con la volatilità ai massimi. L’uscita della Fed, quando avverrà e cioè presumibilmente tra la fine di quest’anno e il 2014, significa il venire meno del più ricco acquirente di titoli a reddito fisso. Un gigante che assorbiva 85 miliardi bond ogni mese, si metterà a bordo campo a guardare. Lasciando orfani tutti gli investitori del pianeta cheavevano basato i propri calcoli e i propri scenari sull’esistenza di quel “giocatore” così ricco e potente. Altre volte in passato, svolte “minori” in cui la Fed riprendeva ad alzare i tassi, scatenarono crisi internazionali: per esempio nel 1994 la crisi dei tequila bonds (Messico) seguita da tremendi scossoni nell’allora Sistema monetario europeo. Stavolta la Fed non parla ancora di aumentare i tassi, ma l’effetto è identico, anzi moltiplicato. Il venire meno della sua domanda di bond, automaticamente ne deprime il prezzo (cala la domanda). Quando scende il prezzo dei bond, sale il loro rendimento. E’ quindi in vista di una “stretta monetaria” chetutti rifanno i loro calcoli. Gli immensi portafogli investiti in bond (anche da prudenti fondi pensione) sono esposti a perdite sostanziose, e questa settimana il mercato dei bond andrà osservato con più attenzione delle Borse. Poi c’è la grande fuga dai Paesi emergenti. «I Brics vanno a sbattere contro un muro» titola ilNew York Times.Non è un caso che siano scoppiate simultaneamente rivolte di massa dalla Turchia al Brasile: Paesi diversissimi tra loro politicamente e culturalmente, accomunati però da un problema identico e cioè la crescita che si è bloccata di colpo. Tante inquietudini circondano anche la Cina. L’impressione è che ildramma cinese che si è consumato la settimana scorsa — quando di colpo il mercato interbancario locale si è paralizzato come ai tempi del crac Lehman — sia stato pilotato dalla banca centrale di Pechino che vuole dare un colpo alla “finanza- ombra”, prima che la bolla speculativa esploda con conseguenze piu` disastrose. Come nel caso della Fed, anche a Pechino bisogna augurarsi che i banchieri centrali nel ruolo di “apprendisti stregoni” non perdano il controllo della situazione. C’è comunque la sensazione che l’epopea dei Brics sia giunta a una svolta, la prima tempesta seria che investe gli emergenti nel nuovo millennio. In tuttoquesto l’eurozona rischia ancora una volta di arrivare impreparata. La svolta al rialzo dei rendimenti mondiali coinvolge inevitabilmente anche l’Europa perchè i mercati dei capitali sono vasi comunicanti. Se i bond Usa rendono di più, subito si muovono nella stessa direzione anche quelli europei come sta accadendo. Ma mentre in America un aumento dei tassi a lungo termine “sanziona” la ripresa dell’economia reale, nell’eurozona l’inversione arriva mentre le economie reali sono ferme alla puntata precedente: in piena recessione, e con l’austerity che impedisce la crescita.

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