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Borse, faro sul voto alle banche

I mercati europei consolidano i rialzi della vigilia mettendo a segno un’altra seduta positiva. Un dato che – considerato l’andazzo ribassista delle ultime due settimane – non va trascurato. In un contesto che, in ogni caso, resta decisamente volatile dato che gli investitori attendono di conoscere l’esito degli stress test su 124 gruppi bancari europei (fra cui 15 italiani) che verrà reso noto domenica (la Banca centrale europea lo comunicherà ai singoli istituti oggi). Molte le voci che si rincorrono su eventuali bocciature. Ma la Bce è stata chiara: «Qualunque conclusione tratta prima del risultato finale degli stress test è assolutamente speculativa». In questo clima i titoli bancari si sono mossi in ordine sparso a Piazza Affari: l’indice generale è Ftse Mib ha chiuso a +1,09% (maglia rosa in Europa dove la media si è attestata a +0,57%) mentre fra gli istituti di credito guadagni per Banca Mps (+4,16%), Ubi (+1,72%) e UniCredit (+1,58%).
Giornata tranquilla, invece, nel comparto obbligazionario. Lo spread BTp-Bund si è mantenuto stabile a 164 punti con il rendimento dei decennali italiani al 2,51%. Ha un po’ deluso invece la raccolta del BTp Italia. Il terzo e ultimo giorno per il retail si è chiuso a quota 536 milioni, per arrivare a un totale di 4,572 miliardi (molto meno dei 10 raccolti ad aprile con il precedente BTp Italia). Oggi tocca agli istituzionali con il Tesoro che potrebbe aumentare il tasso cedolare (fissato all’1,15%) per attirare nuovi investitori.
I mercati sono stati agitati dalle aspettative sulle pagelle della Bce, ma anche lo scenario dei tassi negli Stati Uniti e in Inghilterra ha tenuto banco. In mattinata le minute della Bank of England hanno evidenziato una spaccatura: due membri del direttivo hanno proposto un aumento immediato dello 0,25% del tasso bancario. Gli altri sette membri hanno votato per mantenere il tasso invariato, complice l’assenza di prove di un aumento delle pressioni inflazionistiche. Il quadro è incerto anche negli Usa dove il dato sull’inflazione a settembre ha tenuto: il temuto processo di disinflazione è stato al momento scongiurato. Il costo della vita è rimasto stabile all’1,7%, nonostante la frenata del prezzo al petrolio. Questo potrebbe spingere la Federal Reserve nella riunione di fine mese ad azzerare gli stimoli monetari. Mentre per molti analisti la Fed potrebbe procedere con più calma nel percorso del rialzo dei tassi. In ogni caso, il dato sull’inflazione ha accentuato le aspettative di una normalizzazione della politica monetaria, ridando smalto al dollaro. L’euro è sceso sotto quota 1,27 (a 1,266). Il biglietto verde si muove sull’onda della ripresa economica americana (+3% stimato nel 2014). Ma la cautela è d’obbligo. Perché sugli Usa incombe lo spettro della deflazione in Europa e dell’indebolimento della Cina. Uno studio di Goldman Sachs evidenzia come la combinazione delle forze all’opera potrebbero sottrarre quasi 0,4 punti percentuali alla marcia del Pil Usa durante l’anno prossimo e continuare a pesare nel 2016. Se un sostegno arriva da bassi tassi d’interesse e prezzi del petrolio, questo è più che cancellato dalle scosse provocate da gracilità della domanda estera, rafforzamento del dollaro e flessioni dei mercati finanziari. A difesa dell’economia americana gioca però un fattore: le esportazioni contano solo per il 14% del Pil, il minimo tra i Paesi sviluppati, contro il 51% della Germania o il 26% della Cina. E solo il 15% dell’export americano è diretto in Europa. La macro continuerà ad influenzare anche oggi i mercati: sono attesi i dati sugli indici Pmi manifatturieri in Cina ed Europa. Un dato debole, soprattutto nell’Eurozona, potrebbe smorzare l’ottimismo delle ultime due sedute.
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