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Borse europee in rosso con le banche

Realizzi su tutto il settore, soprattutto in Italia – Milano (-0,6%) , crolla Banco Popolare (-14%)
Tornano sotto i riflettori le banche in Europa, e in particolare a Piazza Affari. Per i titoli del credito l’ultima seduta è stata piuttosto turbolenta: l’indice di settore europeo ha ceduto l’1,19%, quello più “filtrato” delle banche dell’area euro ha perso l’1,75% e, in ultima istanza, l’indice bancario italiano ha perso il 4% aggiornando a -26% il passivo accumulato da inizio anno.
A spingere gli investitori a rivedere il posizionamento sul comparto è stata una lettera inviata dalla Banca centrale europea a Banco popolare e Bpm che secondo alcune fonti porrebbe dei paletti che potrebbero ostacolare in teoria la prospettata fusione fra i due istituti. A farne maggiormente le spese è stato il Banco popolare (-14%) dato che un simile scenario penalizzerebbe ancor più la banca veronese, considerata dal mercato come quella più problematica sul fronte della qualità del credito. In ogni caso gli investitori hanno venduto anche Bpm (-5,56%) e a ruota anche gli altri titoli del credito italiani. Il mercato teme che, se non riesce ad andare in porto nemmeno una fusione tra banche complessivamente solide, sarà ancora più difficile realizzare operazioni tra istituti percepiti come più fragili, a partire da Mps (-4,1%) e Carige (-5,4%). Le vendite non hanno risparmiato Bper (-6,6%), Mediobanca (-6,11%), UniCredit (-4,19%), Ubi Banca (-3,5%) e Intesa Sanpaolo (-2,78%). Sul clima possono aver pesato anche le parole del fondatore e numero uno di Algebris Investment, Davide Serra, che nell’intervista di giovedì al Sole 24 Ore ha polemizzato con le autorità di supervisione europee: ««Gli investitori istituzionali internazionali e il mercato vedono con grande favore la fusione in Italia tra Bpm e Banco Popolare e trovo incomprensibile l’approccio della vigilanza bancaria europea che tergiversa sull’operazione. In caso di bocciatura dell’aggregazione, temo seri rischi di sistema per le banche più fragili in Italia, da Mps a Carige, fino alle due popolari venete che devono chiedere capitali al mercato per quotarsi in Borsa nelle prossime settimane».
Sotto stress anche le principali banche europee. A Francoforte tensioni in particolare su Deutsche bank e Commerzbank (con ribassi superiori al 2%) dopo la conferma di una crescita debole degli utili nel 2016. Questo spiega perché a conti fatti a fine seduta il listino tedesco è stato il peggiore (-0,91%) a fronte del -0,66% di Piazza Affari e del -0,45% di Parigi (mentre Londra ha guadagnalto lo 0,42% e Libsona lo 0,97 per cento).
Non sono state soltanto le banche l’unico “market mover”. L’atteggiamento da “colomba” della Federal Reserve – che mercoledì ha rinviato i tempi di un rialzo dei tassi di interesse negli Usa – ha alimentato ulteriori acquisti sull’euro (che ha superato 1,13 dollari, si veda articolo a pagina 2). La debolezza del dollaro ha avuto un impatto sulle materie prime che – quotate in dollari – tendono a muoversi in direzione inversa rispetto alla valuta Usa. Così il rialzo del petrolio oltre i 40 dollari al barile ha spinto i titoli energetici e questo spiega perché i listini europei hanno limato nel finale il calo complessivo che nel corso della seduta era ben superiore all’1%. Mentre lo spread BTp-Bund è rimasto stabile poco sopra i 100 punti base.
Secondo alcuni esperti quanto visto ieri potrebbe essere indicativo di una rotazione di portafogli fuori dall’Europa e verso gli Stati Uniti e i mercati emergenti proprio dopo che la Fed ha mostrato un atteggiamento ancora espansivo.
Va detto che il ritorno di capitali sui Paesi emergenti potrebbe allo stesso tempo continuare a ingigantire una sorta di bolla che si è venuta a creare in quest’area negli ultimi anni, proprio a causa dei bassi tassi di interesse negli Usa e delle politiche espansive di Usa, Giappone, Gran Bretagna ed Europa che hanno spinto molti investitori a cercare i rendimenti dove i tassi di partenza sono più alti, e cioè nei Paesi emergenti. Dal 2004 al 2014 – calcola il Fmi – il debito societario (banche escluse) negli emergenti è passato da 4mila a 18mila miliardi di dollari con un’incidenza sul Pil arrivata oltre il 70 per cento. Con i tassi a zero in Europa e negli Usa i grandi asset manager “affamati di rendimento” hanno riversato enormi masse di capitali sugli emergenti. In questo contesto le aziende hanno fatto abbondante ricorso al mercato obbligazionario dove le emissioni in dollari si sono moltiplicate. Se ora con una Fed più accomodante si dovesse concretizzare una nuova rotazione di portafoglio verso quest’area, non si farebbe altro che alimentare nuovi squilibri e complicare ancor di più le scelte di politica monetaria della Fed che – guardando ai panni di casa propria, e cioè una disoccupazione al 4,9% e un tasso di inflazione tendenziale superiore al 2% – avrebbe in realtà tutte le carte in regola per operare sin da subito una serie di strette sui tassi per normalizzarli. È?chiaro che siamo quindi dinanzi a uno scenario di globalizzazione delle politiche monetarie che rende il futuro dei mercati finanziari sempre più imprevedibile.

Vito Lops

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