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Borse e bond brindano alla mossa Draghi

L’attesa. Le reazioni nell’immediato. Le prime vere e proprie valutazioni sull’operazione. Così può riassumersi la seduta dei mercati di ieri. Una giornata nella quale, alle 14.30, tutti gli investitori e gli operatori (nessuno escluso) si sono sintonizzati sulla diretta della conferenza stampa di Mario Draghi. Il momento in cui il presidente della Bce ha disvelato i punti cardine dell’atteso Qe. Quali, allora, le reazioni? 
La Bce e le Borse
A ben vedere, in attesa del «verbo» dell’Eurogovernatore i listini si sono mossi come da manuale. Prima volatili hanno, spinti dalla speculazione, accelerato poco prima della comunicazione. Sull’annuncio, poi, sono balzati in avanti. In particolare Piazza Affari è arrivata a guadagnare il 2,7%. Lo spread BTp-Bund, dal canto suo, è rotolato giù giù fino a quota 118 punti base. L’euro, infine, è scivolato verso 1,15 sul dollaro. Un cocktail di dinamiche dovute tutte alla sorpresa per l’ammontare dell’intervento: 60 miliardi di acquisti mensili di asset (da ridursi di 13 miliardi per lo shopping già avviato di Abs e Covered Bond) fino al settembre 2016. Cioè, circa 1.100 miliardi. Un controvalore che, non dato per scontato dagli investitori, li ha spinti per l’appunto agli acquisti.
«Diversità» tra BTp e euro
Di lì a poco però, come sempre accade, il mercato ha iniziato a leggere bene le carte di Draghi. Così, al di là di chi ha chiuso le posizioni speculando sul breve, ha assunto maggiore rilevanza il tema della condivisione dei rischi sugli asset da comprare. Vale a dire, gli operatori hanno smorzato il loro entusiasmo quando hanno capito che solo il 20% dell’eventuale perdita è in capo alla Bce. Il rimanente 80%, seppure con le debite distinzioni, rimarrà a carico delle singole banche centrali nazionali.
In un simile contesto non è un caso che i rendimenti dei titoli degli Stati della periferia di Eurolandia abbiano un po’ rialzato la testa. Tanto che lo spread di Roma nei confronti di Berlino è risalito verso quota 135 punti base. Certo, quello tra il governativo di Madrid e il decennale tedesco non ha seguito la stessa traiettoria. E, tuttavia, il nervosismo di metà pomeriggio è senza dubbio da imputarsi al maggiore focus sulle modalità dell’allentamento quantitativo. In particolare, sulla convinzione che era stato realizzato un compromesso tra chi (Bundesbank in testa) non vuole la socializzazione del debito di Eurolandia. E chi, invece, spinge per una maggiore integrazione.
La riprova di questo argomentazione? L’ha fornita lo stesso andamento dell’euro. La valuta unica, rispetto alla quale l’effetto deflattivo dell’aumento di liquidità da parte della Bce è più diretto, ha infatti proseguito senza tentennamenti la sua discesa, arrivando in serata intorno a 1,137 sul biglietto verde.
La dinamica dei governativi, invece, è stata diversa. Per l’appunto ha assunto maggiore nervosismo, seppure alla fine il bicchiere (almeno ieri) è stato visto mezzo pieno.
Così, il differenziale tra il decennale italiano e quello teutonico si è assestato a 117 punti base, con il rendimento del BTp all’1,61% (minimo storico). Lo spread Bonos-Bund dal canto suo, dopo avere toccato quota 90, ha archiviato la giornata a quota 93 (1,37% il tasso di Madrid).
Gli altri market mover
In un simile contesto, quasi inutile sottolinearlo, gli altri appuntamenti sono passati in secondo piano.
Tra questi, indubbiamente, deve ricordarsi la mossa della Banca centrale della Danimarca. La riserva centrale, infatti, ha tagliato il tasso sui depositi, spingendolo ancora di più in negativo (-0,35%). La scelta è stata motivata dall’obiettivo di difendere il cambio tra la corona danese e l’euro. Una strategia che, dopo lo sganciamento del franco svizzero dalla moneta unica, non era scontata. Diversi esperti avevano ipotizzato che la Danmrks Nationalbank avrebbe mollato anche lei la presa. Così non è stato. Maggiore carattere? Per alcuni sì. In realtà la Danimarca non rappresenta, nella mente degli investitori, lo stesso «safe haven» costituito da Berna. Quindi la difesa del cambio fisso è meno onerosa.
Così come è stato meno «oneroso» il dato sulla fiducia del consumatori dell’Unione europea. L’indicatore a gennaio, secondo l’indagine della Commissione, è salito più del previsto (a -8,5 , da -10,9 di dicembre). Un numero positivo che non ha fatto il paio con quello sul mercato del lavoro statunitense. Le richieste di sussidi alla disoccupazione Usa infatti, nella scorsa settimana, sono risultati peggiori delle stime. Questi numeri, tuttavia, non hanno influenzato i mercati. Le danze le ha dettate il Qe di Draghi.
In Europa ha spinto tutte le Borse a chiudere positive (Milano la migliore con il Ftse Mib in crescita del 2,44%). Negli Usa, mentre l’oro è tornato sopra 1.300 dollari l’oncia, ha dato gas a Wall?Street.
Adesso, però, l’attesa è tutta per le elezioni in Grecia di domenica prossima.
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