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Borse di nuovo in calo, sbandano sul petrolio

I mercati azionari europei interrompono la fase di ripresa e archiviano contrastati una seduta dall’andamento altalenante: in calo dello 0,49% il Ftse Mib di Milano, dello 0,51% l’Ibex 35 di Madrid e dello 0,78% il Dax 30 di Francoforte. Poco sotto la parità invece Parigi (-0,11%) mentre viaggia in controtendenza Londra: +0,65% l’indice Ftse 100.
Per i mercati è stata una giornata di assestamento dopo una settimana di fortissime oscillazioni. Se nelle ultime sedute gli operatori avevano approfittato del tanto atteso rimbalzo per riposizionarsi su alcune asset class fortemente a sconto (come le azioni delle banche europee) e disfarsi dei “beni rifugio” (oro e bond ad alto rating) ieri è tornato a farsi sentire l’avversione al rischio. Lo testimonia ad esempio il recupero dell’oro che ieri si è riposizionato oltre la soglia dei 1200 dollari l’oncia. È stata in ogni caso una fuga dal rischio piuttosto blanda se confrontata ai crolli della scorsa settimana.
Gli investitori hanno cominciato la giornata con buone notizie in arrivo dalla Cina: il rally della Borsa di Shanghai (+3,3% ai massimi da tre settimane). A differenza di quanto successo lunedì, quando dall’Asia era arrivato lo spunto per tornare a comprare (il rialzo dello yuan), ieri tuttavia non c’è stato alcun influsso positivo. Questo perché l’esito del tanto atteso vertice tra Russia e Arabia Saudita sul petrolio ha deluso le aspettative.
Una delle principali ragioni dell’instabilità e della volatilità dei mercati in queste settimane è proprio il prezzo del greggio su cui si sono intensificate le pressioni ribassiste in atto da tempo. La principale ragione (ma non la sola) del collasso del petrolio (-70% in un anno e mezzo) è lo squilibrio tra domanda e offerta. Ribilanciare questo squilibrio è un’operazione che realisticamente può essere fatta solo con un accordo tra i Paesi produttori su un taglio della produzione. Un’intesa a lungo cercata ma finora mai raggiunta che si sperava potesse essere raggiunta al vertice tra i due principali Paesi esportatori al mondo (Russia e Arabia Saudita) in programma ieri a Doha (Qatar). Ma è stata una speranza vana: non si è andati oltre una generica intesa per «congelare» la produzione sugli attuali livelli. Un primo passo positivo certo ma certo non quello che risolve il problema dell’eccesso di offerta. Anche perché, oltretutto, non c’è alcuna certezza che anche gli altri Paesi produttori possano fare altrettanto. In particolare l’Iran che oggi si riaffaccia sui mercati internazionali dopo la fine delle sanzioni.
Il mancato accordo ha condizionato negativamente la giornata delle Borse europee il cui andamento, specialmente nella prima parte dell’anno è stato molto sensibile ai cali del greggio. Se un anno fa gli economisti erano pressoché unanimi nel considerare il deprezzamento del petrolio come un fattore positivo per l’economia (e le Borse) del Vecchio Continente (visto il suo status di importatore) oggi il quadro è decisamente meno ottimistico. Lo stimolo del greggio non ha generato il tanto atteso boom di consumi e investimenti. Il collasso dei prezzi ha poi creato non pochi problemi alle società produttrici che, stando a un’elaborazione che Il Sole 24 Ore ha fatto su dati S&P Capital IQ, nel 2015 hanno registrato un calo dei ricavi a livello globale stimabile nell’ordine dei 1800 miliardi di dollari. Con il prezzo del barile sui 30 dollari i grandi fondi sovrani dei Paesi produttori poi si sono trovati con molte meno risorse da investire (Rbs stima un calo annuo del flusso di petrodollari intorno ai 500 miliardi di dollari). Anzi semmai si trovano nella necessità di dover liquidare parte dell’immenso portafoglio da 4000 miliardi di dollari (stima del Sovreign Wealth Institute) con l’effetto di amplificare la volatilità dei mercati. Il calo del greggio infine mette in dubbio la sostenibilità del debito di Paesi e aziende produttrici. Secondo il 23% dei gestori che hanno partecipato ad un recente sodaggio condotto in tutto il mondo da Bank of America tra i principal rischi con cui gli investitori devono fare i conti in questa fase c’è proprio quello di un’ondata di insolvenze correlate al crollo del petrolio. Come si può vedere dal grafico in pagina i fondi continuano ad avere una posizione prevalentemente ribassista sulle azioni del settore energia (e altre asset class correlate come mercati emergenti e commodities). Titoli a cui viene preferita la classe di investimento meno rischiosa in assoluto: la liquidità.

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