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Borse, così l’Europa (e Piazza Affari) possono rimontare

C’è qualcosa che non torna nei numeri che fotografano l’andamento dell’economia, la traiettoria degli utili aziendali e le performance di Borsa in questo 2020 segnato dal virus. I primi raccontano la peggiore recessione dalla Grande Depressione degli anni ’30: -4,9% per il Pil globale, dice il Fondo monetario. Un dato che trova riscontro nelle stime di profitti in calo del 25-35% per l’S&P500, nel corso dell’anno.

I mercati, invece, archiviata la batosta subita a cavallo tra febbraio e marzo, con perdite sopra il 30% per quasi tutte le piazze (vedi tabella), sono tornati a correre ad una velocità sorprendente: basti pensare che dai minimi, Wall Street ha già guadagnato il 40%, mentre i titoli tecnologici hanno persino superato i massimi pre-crisi. E anche se ci sono listini che sono rimasti indietro, come quello milanese, l’umore degli investitori sembra orientato all’euforia, al netto di qualche vampata di volatilità. «Non mi sorprenderei se i listini globali chiudessero l’anno in positivo o attorno alla parità», osserva Alessandro Parravicini, strategic advisor di Swan am, secondo cui, ormai da un anno i movimenti della Borsa americana hanno perso contatto con le dinamiche economiche chiave, come le intenzioni di spesa delle imprese o la fiducia dei consumatori, e sarebbero quasi interamente spiegate dall’analisi delle condizioni finanziarie. Tornate, di recente, eccezionalmente espansive per contenere gli effetti della pandemia: tra misure di politica monetaria e fiscale, calcola Emilio Franco, ad di Mediobanca sgr, gli Stati Uniti hanno messo sul piatto risorse pari al 40% del Pil.

Lo stesso sta facendo l’Europa, per non parlare del Giappone, con stimoli nell’ordine del 60% del Pil. Non è solo la portata senza precedenti delle misure messe in campo a sostenere i mercati, ma anche alcuni cambi di paradigma intervenuti nelle ultime settimane. «La Germania, per la prima volta, ha sposato l’idea che l’Ue possa indebitarsi per finanziare un piano di aiuti destinato a singoli Paesi, in base alle necessità e non pro-quota — spiega Franco. —. Solo una parte del denaro dovrà essere restituito».

Un vero e proprio game change, una svolta che, secondo Parravicini, potrebbe favorire l’Europa nella seconda parte dell’anno. C’è un altro cambio di paradigma che deve essere ancora metabolizzato, secondo Franco: per molto tempo gli operatori si sono interrogati sulla longevità del ciclo economico avviato nel 2009, protrattosi per quasi 11 anni, chiedendosi quando sarebbe finito. «Quel ciclo è ormai chiuso, interrotto da una recessione durata solo pochi mesi. Ne è iniziato uno nuovo che, partendo da una crisi profonda, sta crescendo a ritmo impetuoso», dichiara l’ad di Mediobanca sgr, convinto che sia improprio parlare di valutazioni eccessive: «gli utili sono depressi, ma quando il ciclo riparte, la traiettoria dei profitti si solleva, portando a un aggiustamento delle valutazioni degli analisti».

Se i listini hanno ancora forza nelle gambe, non è detto però che taglieranno il traguardo di fine anno con lo stesso ordine di arrivo registrato al giro di boa del primo semestre. Ammettendo che siamo all’inizio di un nuovo ciclo, dovrebbero essere favoriti geografie e settori ciclici, come Germania, alcuni Paesi emergenti, i Paesi con una forte leva operativa, come l’Italia, i finanziari, i materiali di base, argomenta Franco. D’altra parte, però, siamo nel mezzo di un trend secolare che il mercato conosce bene e ha favorito i soliti noti, sia in fase calante che durante il successivo rimbalzo.

I settori
«I colossi della tecnologia, il lusso, le mid cap dell’indice italiano Star, molto esposte all’export. Sul versante opposto, consumi ciclici, auto, banche sono rimasti indietro, c’è spazio per una rotazione dei portafogli, che si è per adesso solo intravista. Affinché il movimento si consolidi — precisa Parravicini — devono arrivare conferme in termini di miglioramento del quadro macroeconomico e di ulteriori progressi sul fronte Europeo, a Bruxelles». Cosa potrebbe inceppare il motore che alimenta il rally? La tanto temuta seconda ondata di contagi, che però — ricordano gli analisti — troverebbe Paesi assai meglio attrezzati a gestire l’emergenza. Oppure un passo falso da parte delle autorità di politica monetaria. «Intanto — conclude Parravicini — stiamo comprando, a caro prezzo, buona parte del potenziale di crescita del 2021. Nel primo trimestre del prossimo anno, quando la recessione sarà finita, potremmo trovarci con quotazioni che scontano il migliore degli scenari possibili. I prezzi allora torneranno a essere vulnerabili».

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