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Borse e bond festeggiano, ma l’euro resta freddo

Il rischio di deludere era più forte della possibilità di stupire. E invece la Bce è riuscita (in parte) a sorprendere gli investitori stimolando nuovi acquisti sui bond periferici e sulle azioni. Del variegato kit di misure annunciato (quantitative easing 2 da 20 miliardi al mese, taglio del tasso sui depositi a -0,5% ma con creazione del meccanismo della doppia soglia sulle riserve in eccesso, chiamato tiering) quella meno scontata è stata la decisione di non fissare una scadenza temporale per il piano di acquisto di titoli (Qe). Gli investitori si aspettavano invece una deadline, 9 o 18 mesi.

La reazione a caldo al nuovo bazooka lanciato da Mario Draghi (l’ultimo della sua gestione di otto anni dato che da novembre sarà sostituito da Christine Lagarde) ha però due volti. Dal punto di vista finanziario gli asset direttamente coinvolti hanno reagito come da copione. Acquisti sui titoli di Stato dei Paesi periferici e debolezza sui titoli dei Paesi “core”: i tassi del Bonos spagnolo a 10 anni sono scesi dallo 0,27% allo 0,22%. Ancora più marcati gli acquisti sui BTp: il tasso del decennale è sceso fino al minimo storico dello 0,77% per poi chiudere allo 0,86% (11 punti base in meno della vigilia). Per contro il rendimento del Bund è risalito (da -0,56% a -0,52%) contribuendo a indebolire il differenziale tra i due Paesi, sceso da 154 a 138 in una sola seduta. In leggero rialzo anche i tassi in Francia (da -0,26% a -0,24%). Anche la reazione sui bond “core” era prevedibile perché con l’annuncio del tiering (ovvero l’applicazione di due soglie sul tasso sui depositi che si applica sulle riserve in eccesso presso la Bce che sono soprattutto di banche tedesche e francesi) la Bce punta anche a irripidire la curva tedesca (e a ruota quella francese). Il rally dei BTp ha poi spinto a Piazza Affari le utility (che distribuiscono alti dividendi e in un contesto di calo dei tassi diventano più attraenti) e le banche (hanno in pancia circa 400 miliardi di titoli di Stato italiani) che hanno sostenuto il rialzo del Ftse Mib (+0,88%), in un clima generale comunque positivo (indice Eurostoxx 50 +0,63%).

Ma se su azioni e bond la prima reazione al bazooka di Draghi non fa una piega, quella registrata dall’euro (che dopo un iniziale scivolone a 1,093 ha chiuso in rialzo dello 0,5% a quota 1,107 dollari) suscita qualche perplessità. La logica vuole infatti che a fronte di una misura accomodante da parte di una banca centrale la rispettiva divisa tenda a svalutarsi e poi, di conseguenza, a esercitare una pressione inflazionistica. Invece ieri l’euro, anziché scendere, è salito non solo nei confronti del biglietto verde ma a tutto campo: +0,4% sulla sterlina, +0,95% sullo yen e +0,11% sul franco svizzero. Allo stesso tempo il grafico più importante per la Bce, ovvero le stime sull’andamento dell’inflazione nel medio periodo (5-10 anni) si è mosso al rialzo di appena 6 punti base, dall’1,25% all’1,31%. Ciò vuol dire che, al netto del fermento finanziario sui BTp e di un generale clima di appetito al rischio che ha sostenuto le azioni (che hanno trovato linfa anche in una Wall Street vicinissima ad aggiornare i massimi), l’altra risposta che i mercati hanno inviato a Draghi dopo il bazooka è che, a conti fatti, al momento restano scettici sul fatto che questo possa servire a raggiungere il vero obiettivo: riportare l’inflazione nel lontano sentiero del 2%.

Andrea Franceschi e Vito Lops

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