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Borse ancora in forte ribasso per inflazione e misure Fed-Bce

Quanto siano tesi i nervi dei mercati, spaventati per il fantasma dell’inflazione che si aggira in tutto il mondo, ieri lo si è capito bene. In un giorno in cui il timore per il caro-vita avrebbe dovuto affievolirsi (perché il prezzo del petrolio Wti è sceso del 3,3% a 63,36 dollari al barile e perché l’inflazione dell’Eurozona a 1,6% è risultata in linea con le attese), i mercati sono in realtà stati colti da una crisi di nervi. Tutto può essere in parte legato alle parole scritte in mattinata dalla Bce nella sua «Financial Stability Review»: la banca centrale ha infatti messo tutti in guardia, dicendo che sui mercati finanziari c’è «notevole esuberanza» e rischio di «brusche correzioni». Insomma: basta poco per farli cadere, perché hanno «valutazioni eccessive». E questo “poco”, nella mente dei mercati, è proprio l’inflazione. Così il monito della Bce – anche nel giorno in cui i timori per l’inflazione avrebbero potuto calmarsi un po’ – è diventato una sorta di profezia autoavverante: Milano ha perso l’1,58%, Francoforte l’1,77%, Parigi l’1,43%. E le Borse americane sono state sulla stessa lunghezza d’onda, anche dopo che in serata è stata la Federal Reserve a rincarare la dose con la pubblicazione dei verbali dell’ultima riunione.

La paura per l’inflazione

Il tema chiave sui mercati è proprio questo: che la riapertuta delle economie e il rincaro delle materie prime porti ad un forte aumento del costo della vita. Due giorni fa il sondaggio mensile sull’Europa di Bank of America tra gli investitori ha posto l’inflazione come principale «rischio estremo» sui mercati. Oggi lo stesso sondaggio, ma relativo a tutto il mondo e non alla sola Europa, ha ribadito il concetto: gli investitori sono molto ottimisti su economia e Borse, ma temono l’inflazione. Temono cioè che un aumento del costo della vita costringa le banche centrali a ridurre gli stimoli monetari più velocemente del previsto. In realtà le banche centrali continuano a smentire di voler “staccare la spina” alle politiche ultra-espansive. Ma ieri qualche dubbio a riguardo è emerso.

Da un lato ad alimentare l’incertezza è stato il Vice Presidente della Bce, de Guindos, dichiarando che i rischi macroeconomici ora sono «molto più bilanciati» e che la politica monetaria risponderà alle condizioni finanziare e ai dati. Parole che sono suonate alle orecchie dei mercati un po’ meno espansive del solito. In serata ha poi rincarato la dose la Federal Reserve Usa, con la pubblicazione dei verbali dell’ultima riunione. I documenti hanno da un lato confermato che la Fed ritiene «transitoria» l’inflazione. Cosa positiva per i mercati. Ma gli investitori, ieri in vena di umore nero, si sono concentrati sulla parte negativa (per loro) dei verbali: tra le righe è emerso infatti che alcuni membri della banca centrale ritengono opportuno «a un certo punto» iniziare a parlare di come ridurre le misure di stimolo. Questo è suonato un po’ come l’anticamera della riduzione degli acquisti di titoli. E ha peggiorato (per poco in realtà) le quotazioni delle Borse Usa.

Effetto Bitcoin sulle Borse

Sui listini ieri ha pesato anche la caduta vertiginosa, poi ridotta in serata, delle criptovalute (si veda pagina a fianco). Con il Bitcoin in picchiata fino al 30%, sceso per poco anche sotto quota 30mila dollari per poi tornare vicino ai 40mila, hanno infatti registrato forte volatilità anche tutte le società legate a vario modo alle criptovalute. Da Coinbase, arrivata a perdere quasi il 13% in mattinata, a Tesla (la società di Elon Musk molto esposta sui Bitcoin) che è arrivata a cedere oltre il 5%. Ma la turbolenza ha colpito anche altre aziende legate alle criptovalute in vario modo: per esempio Marathon Digital Holdings e Riot Blockchain.

Corsa al rifugio

In questo contesto ieri gli investitori hanno cercato rifugio. Un po’ nell’oro, salito fino all’1% per poi ritracciare. Un po’ i Bund: dopo settimane di forti vendite, che hanno riportato i rendimenti quasi vicini allo zero sui massimi da 2 anni, ieri i tassi dei titoli decennali tedeschi sono un po’ scesi, per poi chiudere poi a -0,11% come alla vigilia. Salito invece a 1,12% il rendimento dei BTp decennali, con lo spread arrivato a 123 punti base. Il timore dell’inflazione, insomma, colpisce ovunque.

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