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Borse ancora con il fiato sospeso

Un maggio da dimenticare. Crisi dell’euro, possibile rallentamento della Cina e, sullo sfondo, deficit americano. Le paure dei mercati hanno fatto il botto. Il risultato? L’ultimo mese borsistico ha visto i principali listini cadere a precipizio: l’S&P 500 – l’indice più importante del più importante mercato globale, quindi un riferimento generale per tutti gli operatori – ha perso il 7% in una trentina di giorni, segnando il secondo peggior risultato di maggio negli ultimi vent’anni (dopo il -8% del 2010).
Ma anche per gli altri benchmark è stata una debacle: Tokio è andata giù del 10% e in Europa non è andata meglio, con il Dax tedesco a -7,3% e il Ftse Mib in calo del 12 per cento. Un tracollo, poi, quello dei “motori” della crescita globale, con Brasile ed emergenti dell’Asia-Pacifico che hanno visto il loro valore tagliato dell’11-12% medio in un mese.
La paura universale più immediata è la possibile esplosione dell’area euro, che potrebbe avere effetti incontrollabili – con il contagio della Spagna e delle altre nazioni mediterranee – mettendo in crisi la congiuntura globale.
Ma, pur se ora restano sullo sfondo, anche il rischio di rallentamento della crescita cinese e del “fiscal cliff” americano – vuol dire il contemporaneo aumento delle tasse e taglio delle spese (una situazione che stiamo vivendo anche in Italia), che potrebbero portare a una recessione anche negli Usa nella prima parte dell’anno prossimo – sono due elementi che rischiano di essere il carico da novanta da calare sul tavolo del disastro economico globale.
Il rischio è ben sottolineato da un recentissimo studio di Jp Morgan Asset management, intitolato “Investing through a bumpy ride” (Investire in un percorso accidentato). «Finora quello in corso è stato un trimestre difficile – scrivono gli analisti di Jp Morgan –. L’economia statunitense è ancora in crescita, ma non a un ritmo sufficientemente entusiasmante. Nel frattempo gli investitori hanno avuto molto di cui preoccuparsi, tra cui il “fiscal cliff” negli Stati Uniti, il rallentamento in Cina e, in questo momento più inquietante, le possibili ulteriori turbolenze in Europa».
Razionalmente però, continuano all’ufficio studi di Jp Morgan, queste preoccupazioni andrebbero controbilanciate con la realtà delle quotazioni, che continuano a suggerire come la maggior parte delle azioni siano a buon mercato, mentre le obbligazioni sono per lo più costose. Insomma, chi ha sufficiente sangue freddo oggi può trovare conveniente comprare titoli equity in alternativa alle obbligazioni.
Anche perché, se uno solo dei punti d’incertezza dovesse trovare una soluzione, anche solo parziale, è possibile che l’estremo ipervenduto presente sui mercati azionari si scarichi – magari anche dopo un nuovo intervento delle Banche centrali – con un grande rimbalzo delle quotazioni (e quindi con un grande guadagno per chi è stato così accorto da entrare al momento giusto). Un rimbalzo possibile che però è visto da tutti gli operatori come un’occasione per vendere, più che per impostare strategie di investimento sul lungo periodo.
«Gli Stati Uniti hanno iniziato a rallentare decisamente – dice Maurizio Novelli, global strategist di Zest Asset Management – e credo che la Fed sarà costretta prima o poi a inviare al mercato messaggi di disponibilità per ulteriori azioni monetarie, che al momento sembravano escluse o tenute da parte per tempi peggiori». Ma senza illusioni. Infatti, continua Novelli, «eventuali stimoli monetari non potranno produrre nulla di più che un rimbalzo tecnico sui mercati finanziari, mentre nessun impatto significativo si avrebbe sulla crescita economica. Anche le economie emergenti evidenziano un rallentamento e il ritardo nelle azioni di stimolo economico e monetario in Cina non sono un buon segnale».
Per quanto riguarda l’Europa, osservano ad Allianz Global Investors, «le valutazioni nell’asset class azionaria rimangono molto interessanti, in particolare in relazione ai rendimenti dei mercati obbligazionari, ma prevale la cautela. In particolare, il rapporto prezzo/utili è pari a circa 11 volte, rispetto a una media superiore a 16 negli ultimi vent’anni».
Anche rispetto alle obbligazioni l’equity europeo risulta più conveniente. «Tuttavia – concludono ad Allianz – le incertezze sulla tenuta della crescita economica mondiale, e quindi sulla crescita degli utili, ci portano a mantenere un atteggiamento sostanzialmente cauto».

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