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Borse al test della scelta di Draghi

«Prudenza» era la parola che circolava ieri più di ogni altra nelle sale operative. E a gli investitori, in fondo, non si potevano dare tutti i torti: la necessità di respirare dopo i rialzi post summit Ue e quella di non compiere passi avventati alla vigilia della gran giornata delle Banche centrali (che vedrà riunirsi per decidere sui tassi Bce e Bank of England) non invitavano certo a esporsi. La chiusura dei mercati di New York per l’Independence Day ha poi fatto il resto, riducendo notevolmente i volumi e convincendo gli operatori a evitare mosse avventate.
Ne è uscita una giornata contrassegnata da generale debolezza, tanto per i listini azionari, quanto per i titoli di Stato e per l’euro. Una seduta con poche emozioni, se si eccettua un parziale recupero finale (almeno per le Borse) che qualcuno ha provato ad attribuire all’esito del vertice bilaterale fra il premier Mario Monti e il cancelliere tedesco Angela Merkel.
La realtà è che stavolta il risultato della riunione di Francoforte è tutt’altro che scontato: se la maggioranza degli esperti sembra schierata a favore di una riduzione del costo del denaro di 25 punti base allo 0,75% (sarebbe la prima volta nella storia), vi sono anche analisti che ritengono possibile una misura più aggressiva (50 punti) e altri che pensano invece che alla fine non ci sarà alcuna mossa. Resta poi del tutto aperta la questione del rendimento sui depositi detenuti dalle banche presso la stessa Bce (martedì ai massimi da due mesi a 806,5 miliardi di euro), che al momento è allo 0,25% e che potrebbe quindi azzerarsi in caso di un taglio del tasso base.
In caso di un atteggiamento particolarmente aggressivo da parte della Bce sia nelle decisioni, sia nelle parole del presidente Mario Draghi nella successiva conferenza stampa (nella quale potrebbero essere annunciate nuove operazioni Ltro, mentre sembra da escludere una ripresa dei riacquisti di titoli di Stato), la reazione dei mercati potrebbe essere favorevole. Barclays Capital, per esempio, prevede che in caso di doppio taglio di 50 punti su entrambi i tassi (rifinanaziamento allo 0,5% e depositi addirittura negativo al -0,25%) l’Euribor a 3 mesi potrebbe scendere in breve dall’attuale 0,645% (un centesimo sopra il minimo storico) fino allo 0,40%.
Viceversa, una decisione più soft potrebbe deludere un mercato che già sembra essersi sufficientemente sbilanciato nei giorni scorsi. Ed è soprattutto per questo motivo che ieri fra i trader si faceva a gara a «tirare indietro la mano». Così, mentre a Francoforte (-0,2%), Londra (-0,06%) e Parigi (-0,11%) si giocava soprattutto a nascondersi, a Milano (-0,78%) e Madrid (-0,71%) si soffriva leggermente di più. Storia simile sul reddito fisso, dove il ritracciamento dei BTp e dei Bonos si faceva però un po’ più marcato (e da qui deriva anche l’inevitabile maggior debolezza delle rispettive Borse).
Il rendimento del decennale italiano è infatti risalito al 5,74% e quello spagnolo al 6,33%, per entrambi si è allargato anche il differenziale sul Bund (rispettivamente a 429 e 488 punti base). Qui occorre tuttavia aprire una parentesi: sul movimento dello spread ha inciso anche la riduzione del tasso dei titoli tedeschi (1,45% il decennale), che ieri con la chiusura di Wall Street e lo stop agli scambi sui Treasury erano gli unici «beni rifugio» sulla piazza. Oggi però, con il ritorno degli investitori Usa e i fari puntati su Francoforte, si tornerà a fare decisamente sul serio.

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