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Borse a picco, pesano Fed e Cina

Bernanke dà e Bernake toglie. Mai, come nella giornata di ieri, è stata palese l’influenza delle banche centrali sui mercati mondiali. Sono state, infatti, le parole del presidente della Fed, unite al calo della produzione industriale cinese in giugno, a scatenare le vendite sui mercati. Che, poi, l’interpretazione data al discorso di Bernanke dell’altro ieri sia stata anche una scusa per operare al ribasso poco importa. L’effetto c’è stato. La previsione di un avvio di exit strategy da parte della Fed ha indotto le vendite.
Così, l’indice paneuropeo Stoxx 50 ha ceduto il 3,6%, mandando in rosso la performance da inizio anno (-1,8%). Maglia Nera per Parigi (-3,66%), seguita ad una incollatura da Madrid (-3,4%), Francoforte (-3,28%) e Milano (-3,09%). Giù la stessa Londra (-2,98%).
Il differenziale BTp-Bund
L’ondata di vendite, com’era ovvio, ha colpito anche il mondo del reddito fisso. Il rendimento del BTp decennale è andato su su fino al 4,54% (era il 4,26% giovedì scorso). Lo spread sul Bund, influenzato negativamente dall’esito contrastato dell’asta sul debito pubblico spagnolo, ha chiuso a quota 288 punti base (erano 270 mercoledì scorso). In rialzo, ovviamente, lo stesso saggio del Bonos, che ha archiviato la seduta al 4,85%. Qui, per l’appunto, ha giocato un ruolo lo «stress» dovuto al collocamento di titoli di Stato iberici. In particolare, proprio il rendimento sul decennale è cresciuto in asta (4,76%) anche a fronte di una domanda complessiva non così buona (1,82 il rapporto di copertura). Ciò detto, però, l’aumento dei tassi ha coinvolto un po’ tutti i governativi. Il Bund a 10 anni è balzato all’1,66%; il «fratello» Oat francese, da parte sua, ha visto il rendimento arrivare al 2,26%. Sull’altra sponda dell’Oceano Atlantico poi, mentre Wall Street perdeva oltre 1% (con il Dow Jones caduto sotto i 15mila punti), il Treasury è andato oltre il 2,46%.
Le attese su Bernanke
Se queste le singole percentuali, quali però le cause di un simile movimento? Gli esperti rispondono in coro: per l’appunto, la convinzione che la Federal reserve si prepari a chiudere i rubinetti della liquidità. «I mercati sono stati drogati dall’enorme quantità di moneta immessa dalla Fed, e non solo – dice Luca Barillaro -. Gli indici, soprattutto in Europa, sono completamente scollegati con i fondamentali dell’economia reale. Quindi, non appena viene meno la certezza della fonte “virtuale” di crescita (la liquidità, ndr), partono le vendite». A fronte della possibilità che la Fed non acquisti più treasury, «ecco che allora arrivano i “sell”». L’effetto? Il prezzo del governativo scende, dando il «la» al rialzo dei tassi negli Usa e in Europa.
Tanto meglio tanto peggio
Il tutto, ovviamente, avviene in un’ottica contrarian. Ieri, infatti, ci sono stati diversi numeri positivi negli Stati Uniti. Certo, il Superindice dell’economia è cresciuto in maggio (+0,15) meno delle attese (+0,2%). E, però, la delusione ad esso legata è stata più che controbilanciata da altri due dati. Da un lato, il balzo dell’indice manifatturiero della Fed di Filadelfia; e, dall’altro, gli acquisti superiori alle stime di case esistenti (+4,2%). Un valore, quest’ultimo, molto importante perchè conferma la ripresa dell’immobiliare. «Simili numeri – riprende Barillaro – testimoniano un andamento dell’economia Usa migliore di quanto possa pensarsi. Il che rafforza la convinzione che la Fed prepari all’exit strategy». Insomma, tanto migliora l’economia reale tanto più i mercati soffrono. Il che non sarebbe neanche un evento negativo. Il ravvicinamento, soprattutto nel Vecchio continente, delle quotazioni azionarie ai fondamentali macroeconomici è salutare. «Il problema, però, è la velocità con cui ciò accade. Il tonfo di ieri non indica certo un mercato “sano”». Come peraltro mostra la stessa dinamica delle commodity: dall’oro (-4,6%) al petrolio (-3,3%) molte sono scese. Il segno di una finanziarizzazione ormai senza controllo, dove il carry trade domina incontrastato.

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