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Borsa, tracollo di minerari e petroliferi

Ieri Anglo American, una delle principali società minerarie europee (la quarta per fatturato nel Continente) ha annunciato al mercato un durissimo piano di riduzione dei costi che comprende una drastica riduzione del personale (il numero dei dipendenti passerà da 135mila a 50mila) e un programma di cessioni per il 60% degli asset a bilancio. Operazioni del genere vengono solitamente ben accolte dalla Borsa (meno dai dipendenti) ma ieri le azioni di Anglo-American hanno perso il 12% toccando un nuovo minimo storico. Questo è successo perché, oltre alla maxi-ristrutturazione, Anglo American ha annunciato che sospenderà il pagamento dei dividendi fino al 2017. Il mercato ha così iniziato a credere che, nonostante negli ultimi due anni l’indice settoriale europeo delle società minerarie abbia perso ben il 38% del suo valore, l’ondata ribassista sia ancora lontana dalla conclusione. Il tonfo (-6,57%) registrato ieri dal paniere dei titoli minerari europei, insieme alla persistente debolezza del settore petrolifero che ieri ha perso l’1,39% aggiornando la sua perdita settimanale a quasi il 10%, ha condizionato pesantemente la giornata di Borsa in Europa che, per il paniere continentale Stoxx 600, si è chiusa con una perdita dell’1,81 per cento.
La crisi del mercato delle materie prime ha due ragioni scatenanti: lo squilibrio tra domanda (debole) ed offerta (eccessiva) e il rafforzamento del dollaro, la valuta in cui sono quotate per via del prossimo rialzo dei tassi di interesse negli Usa. Su entrambi questi fronti in questi giorni si stanno registrando conferme dal forte impatto sui mercati. Da una parte il biglietto verde è tornato ad apprezzarsi in vista della stretta sui tassi Fed che dovrebbe arrivare al direttivo di settimana prossima, dall’altra nulla fa pensare che gli squilibri del mercato delle commodities possano essere sanati nel medio termine. Il caso-scuola di questri giorni riguarda il petrolio messo sotto pressione (ieri le quotazioni del Brent sono scese per la prima volta dal 2009 sotto i 40 dollari) dalla decisione dell’Opec, il cartello dei Paesi produttori, di non contrastare il problema dell’eccesso di offerta attraverso un taglio della produzione.
In parallelo le quotazioni dei metalli continuano a risentire della debolezza della domanda nel principale Paese importatore: la Cina. Come peraltro confermano i dati della bilancia commerciale di novembre pubblicati ieri che hanno certificato la persistente debolezza di importazioni (-8,7%) ed esportazioni (-6,8%).
Le società del settore minerario hanno fatto corposi investimenti per aumentare la produzione sulla scommessa che la crescita della Repubblica Popolare sarebbe stata a doppia cifra ancora a lungo. Investimenti in molti casi fatti a debito sfruttando le condizioni di credito ultra-favorevoli garantite dalle politiche ultraespansive delle banche centrali (Fed su tutte). Il rallentamento dell’economia cinese e la fine del ciclo ultraespansivo della Fed hanno fatto saltare gli schemi esponendo il mercato delle commodities a una pesantissima ondata di volatilità minando la solidità dei bilanci delle società minerarie e petrolifere ora costrette a tappare le falle per evitare di finire insolventi. Il piano “lacrime e sangue” di Anglo American annunciato ieri non è un fulmine a ciel sereno. C’è anche il colosso Glencore che di recente ha accelerato sul maxi-piano (10 miliardi di dollari) di riduzione del debito.
Non sono state solo le azioni di minerari e petroliferi a penalizzare le Borse. Piazza Affari, ieri peggior Borsa in Europa con un calo del 2,26% ha sofferto la debolezza del comparto bancario (-2,74% l’indice settoriale Ftse Italia Banks) ieri sotto pressione per via della notizia, pubblicata da Il Sole 24 Ore, del prossimo avvio di una serie di ispezioni delle autorità di vigilanza (Bce in coordinamento con Bankitalia) sulle modalità in cui sono stati realizzati gli aumenti di capitale delle banche popolari nel corso del 2014.

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