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In Borsa realizzi sulle banche, bene i petroliferi

Dieci anni fa il peso dei titoli finanziari sulla capitalizzazione dell’indice Stoxx Europe 600 era pari al 23 per cento. Oggi, calcola Bloomberg, siamo all’11 per cento. Numeri che la dicono lunga sulla crisi che sta colpendo il settore. Gli istituti di credito devono fari i conti con il calo dei ricavi dovuto ai tassi zero imposti dalle banche centrali, requisiti di patrimonio sempre più stringenti, stock di crediti deteriorati da smaltire (è il caso delle banche italiane) e bilanci pieni di derivati difficili da valutare (è il caso di Deutsche Bank).
Se nei mesi scorsi erano state soprattutto le debolezze delle banche italiane a finire sotto i riflettori in queste settimane ad egemonizzare l’attenzione degli investitori è il caso del colosso tedesco. Soprattutto dopo che sono emerse le prime indiscrezioni sull’ammontare della cifra che il dipartimento di giustizia americano potrebbe chiedere alla banca per chiudere la controversia sui mutui subprime: 14 miliardi di dollari. Una cifra monstre pari a quasi l’intero valore di mercato della banca che pare essersi di molto ridimensionata a prender per vere le indiscrezioni rilanciate venerdì scorso dalla France Presse che parlava di una cifra di molto inferiore: 5,4 miliardi. Sulla scia di questi numeri venerdì scorsi le azioni della banca quotate a Wall Street hanno registrato un balzo del 14 per cento. Un’exploit che il mercato ieri ha voluto monetizzare visto che le azioni della banca trattate sulla piazza americana (ieri Francorte era chiusa) sono state oggetto di storni da parte degli investitori.
Una seduta interlocutoria quella di ieri sui mercati azionari continentali. Al termine degli scambi sono positive Londra (+1,22%) e Parigi (+0,22%) mentre viaggiano in ribasso Madrid (-0,32%) e Milano (-0,6%). Le prese di profitto che hanno penalizzato il titolo Deutsche ieri hanno interessato anche le banche quotate a Piazza Affari che, se venerdì avevano beneficiato del rally (l’indice Ftse Italia Banche aveva guadagnato l’1,67%) ieri hanno azzerato questa performance perdendo poco meno: -1,6 per cento.
Se la situazione del settore bancario resta incerta sull’energia continua il riposizionamento degli investitori. Nonostante lo scetticismo degli analisti sull’accordo in sede Opec sul taglio alla produzione raggiunto la scorsa settimana il prezzo del greggio continua a salire. Proprio ieri il Brent che ha superato quota 51 dollari al barile. Una performance che ha favorito il comparto energia che ieri ha guadagnato lo 0,5% sul paniere settoriale Stoxx 600.
Sul fronte valutario infine giornata pesante per la sterlina che ha toccato nuovi minimi dal post-Brexit (1,2817 sul dollaro il minimo di giornata) dopo le dichiarazioni rilasciate domenica al congresso del partito conservatore da Theresa May. Il primo ministro ha infatti fissato il termine massimo di marzo 2017 per l’attivazione dell’articolo 50 che darebbe ufficialmente il via ai negoziati di due anni per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Un segnale che, anche alla luce dei toni duri usati dalla May su temi come l’immigrazione, Londra non teme di portare avanti la cosiddetta «Hard Brexit».

Andrea Franceschi

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