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Borsa La svolta delle quotate: lasciar passare lo straniero

Prima l’apertura di Carlo Messina e ora l’imprimatur del presidente d’Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli. Quel «vedrei bene» del banchiere, riferito al coinvolgimento degli investitori esteri nei processi di riforma della governance, proietta Ca’ de Sass in una dinamica nuova per le società di Piazza Affari, in cui il ruolo dei grandi fondi internazionali è sempre più determinante per gli equilibri delle quotate.
Prendendo i dati dell’ultima assemblea d’Intesa, la presenza degli investitori esteri risultava superiore al 50%. E così per Prysmian, Yoox, Montepaschi, Unicredit, Snam. Pensare di poter tenere fuori dai processi decisionali i vari Norges, Blackrock, Fidelity, State Street non è insomma più possibile.
Ma soprattutto è necessario trovare il modo per gestire il processo in modo da portare benefici alle quotate e a tutti gli azionisti.
La prova dei prossimi cda
Primo banco di prova sarà probabilmente il rinnovo dei board, su cui finora raramente si è riusciti a trovare una convergenza con gli interessi dei fondi internazionali. «Il supporto alle liste presentate dagli azionisti di controllo, negli ultimi tre anni, in media non è andato oltre il 10-15%, con punte di oltre il 20% per Generali, Unicredit, Enel o Pirelli», spiega Andrea Di Segni, head of corporate advisory di Sodali, società internazionale specializzata in governance e comunicazione agli azionisti: un osservatorio sull’evoluzione della presenza dei fondi esteri a Piazza Affari. «Ancora oggi — prosegue —, dopo anni dall’introduzione del voto di lista, non si comprende perché i fondi internazionali non supportino appieno le liste di maggioranza, anche quando la loro composizione rappresenta le best practice . Quando si supereranno le logiche, spesso conflittuali, tra gli indipendenti eletti dalle minoranze e quelli degli azionisti di maggioranza?».
Il supporto dei fondi internazionali «dovrebbe premiare sempre più l’indipendenza e le capacità dell’amministratore senza discriminare, indipendentemente dalla sponda che l’ha proposto — nota Di Segni —, spingendo gli azionisti di maggioranza verso liste con più indipendenti». La vicenda Telecom e la lista presentata da Telco sono un buon esempio. Chi saranno i prossimi?
È un tema centrale per le quotate. E anche uno dei punti chiave nell’agenda della 15ma European Corporate Governance Conference promossa dalla presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea, che si aprirà oggi a Palazzo Mezzanotte. Un’occasione di confronto tra le autorità (ci saranno il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, e il presidente di Consob, Giuseppe Vegas) e i fondi internazionali. È l’opportunità per avviare un dialogo su basi nuove. Perché la presenza crescente dei grandi investitori esteri nelle quotate pone diversi problemi.
Il profilo dei consiglieri
Pensiamo per esempio al ruolo, inedito per Piazza Affari, dei proxy advisor, quelle società specializzate che consigliano i grandi fondi internazionali e la cui influenza sta rapidamente crescendo. Il summit di Palazzo Mezzanotte, a cui partecipano anche Glass Lewis, Iss e Frontis — che da sole consigliano circa il 90% dei grandi investitori — ha scelto di dedicare un focus specifico a questa realtà. Dalle analisi di Sodali emerge il rischio di «un’asimmetria informativa» legata al ruolo di proxy advisor, che non facilita il dialogo.
«Le società— dice Di Segni — non hanno la possibilità di evidenziare nei report dei proxy advisor le loro ragioni a fronte di una raccomandazione negativa. Se fosse possibile, i fondi internazionali potrebbero decidere sentendo tutte e due le campane, in linea con la maggiore trasparenza richiesta dalle direttive comunitarie. In ogni caso il dialogo diretto con i fondi internazionali sarà sempre più importante per allineare società e azionisti».
Questo vale per le delibere ordinarie, ma anche per le nomine sulle quali i proxy advisor danno indicazioni di voto agli investitori esteri. Il passo avanti potrebbe essere un’attenta composizione delle liste, che tenga conto delle diversity rappresentate, cioè del mix di esperienze, professionalità e specializzazioni che caratterizzano gli amministratori e, in ultima istanza, il consiglio.
«Quando andiamo a cercare nelle voting policy dei grandi fondi quali e quante debbano essere le diversity, troviamo solo dichiarazioni di principio che non aiutano a definire il mix che vorrebbe il mercato», nota Di Segni. La palla è nelle mani delle società. «Evidenziare in modo chiaro e dettagliato le diverse competenze faciliterebbe la valutazione dei fondi internazionali». In America il Council of Institutional Investors da tempo promuove un’esaustiva illustrazione delle competenze dei consiglieri, per consentire agli azionisti di valutare non solo se il board sia adeguato rispetto alle esigenze loro e della società, ma anche «se sia davvero pronto a gestire il presente e affrontare il futuro negli interessi di tutti gli stakeholders».
Come a dire, va anche bene scegliere i «professori» o gli «amici», purché non siano sempre gli stessi, se ne spieghino le caratteristiche e portino vero valore aggiunto.
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