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Borsa, Intesa vince la corsa dei rendimenti

Una pioggia di cedole da 7,5 miliardi, il doppio della “manovrina” e quasi l’equivalente della capitalizzazione di tutta Mediobanca (7,9 miliardi). Ieri, insieme ad altre società, ben 22 big di Piazza Affari hanno staccato dividendi pari all’1,5% della capitalizzazione dell’indice Ftse Mib40. Considerando i bassi rendimenti delle obbligazioni, il 2017 finora per gli azionisti di Piazza Affari è stato un anno fortunato sia in termini di cedole che di performance: la Borsa da inizio anno è salita del 18,3%.
Anche nel 2017 il campione di rendimento, si conferma Intesa Sanpaolo (7% le risparmio e 6,35% le ordinarie), tuttavia in un periodo effervescente per le banche tricolori, l’istituto guidato da Carlo Messina quest’anno resta più indietro alle rivali quanto a performance. Alcuni titoli, che avevano perso di più nel 2016, negli ultimi mesi hanno recuperato con forza trainando il FtseMib. Forse anche a causa della battuta d’arresto seguita alla notizia dell’interesse per le Generali, Intesa da inizio anno è salita del 13% (e del 17% le risparmio), quando nello stesso periodo Ubi (che offre una cedola di 0,11 euro e un rendimento del 2,9%) ha guadagnato addirittura il 40%. Ricchi dividendi sono arrivati poi da UnipolSai (un rendimento del 5,7%), Azimut (il 5,2%), Generali (il 5,2%) e Snam Rete Gas (il 4,8%). Tuttavia, a parte il dividendo, Generali, Unipol-Sai e Snam che sono titoli da cassettisti, si sono dovute accontentare di performance a una sola cifra. Viceversa la controllata del Leone di Trieste, Banca Generali (1,07 euro di cedola pari al 3,7 % e una performance del 22%) ha fatto meglio della capogruppo e lo stesso vale per i cugini di Unipol (+14,6% da inizio anno con un rendimento del 4,4%) o per Italgas, nata lo scorso novembre da una costola di Snam: la neo matricola ha pagato una cedola di 0,2 euro con un rendimento del 4,2% e da inizio anno è salita del 22%.
In un momento di mercato effervescente, come quello attuale, il dividendo però non è tutto, perché sul mercato vanno più di moda quelle aziende che investono la maggior parte degli utili per finanziare la crescita e quindi hanno meno risorse con cui remunerare i soci. Un esempio tipico è rappresentato dalle aziende del lusso, dove le griffe piacciono più per la loro capacità di continuare ad aumentare ricavi e utili che per la loro capacità di distribuire ricche cedole. Salvatore Ferragamo ha staccato un dividendo di 0,46 euro che corrisponde solo all’1,6% di rendimento, ma da inizio anno l’azione ha guadagnato ben il 25%.
Stesso discorso per Moncler che a fronte di 0,18 di cedola con un rendimento dello 0,83%, nel 2017 ha visto le quotazioni lievitare del 31%, quasi il doppio rispetto all’indice tricolore. E il principio vale per aziende di altri settori, come Campari (4,5 centesimi di dividendo, con un rendimento dello 0,74% e una performance del 29%) che da sempre predilige finanziare la crescita per acquisizioni di altri marchi.
Chi nel 2017 ha invece annunciato grandi acquisizioni, tra cedole e performance non ha brillato: Atlantia (tenendo conto del saldo cedole) offre un rendimento del 3,8% e una performance positiva del 9,8%, che si è fermata anche in conseguenza all’Opa da 16,3 miliardi su Abertis. E Luxottica (1,6% il rendimento e +0,2% la performance) da mesi viaggia appaiata a Essilor, con cui sta per convolare a nozze. Qualcuno resta poi escluso dalla festa: l’azione di Tenaris ha un rendimento complessivo del 2,5%, ma da gennaio insieme ai petroliferi ha perso il 15%.

Sara Bennewitz

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