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Borsa, il 44% delle quotate in mano a investitori stranieri

L’ipotesi più accreditata è che si tratti del primo (positivo) effetto della stagione declinante dei patti di sindacato. La seconda si lega all’andamento di Piazza Affari, ancora sotto-capitalizzata rispetto ai fasti pre-crisi. In cui blue chip e mid company presentano interessanti opportunità a prezzi di saldo. La terza, quasi sul filo della geo-politica, enfatizza il convinto e rinnovato interesse di fondi esteri (leggi Black Rock), banche centrali (vedi la Banca del Popolo cinese) e fondi sovrani (tra tutti Norges Bank) per le nostre società quotate in un’ottica di diversificazione del portafoglio in anni in cui l’appeal dei mercati emergenti sta complessivamente scemando.
Rileva il centro studi di Unimpresa, una delle associazioni di rappresentanza delle piccole e medie imprese, che oltre il 44% delle società per azioni sul listino milanese è posseduto da soggetti esteri per un controvalore di 226 miliardi di euro, in aumento di 86 miliardi rispetto al 2013. Predominante, seppur di poco, il peso delle grandi famiglie tricolori, che detengono il 46% complessivo delle quote per un ammontare di 905 miliardi di euro. In un anno tutto sommato piatto per i valori di Borsa nostrani ciò conferma che il capitalismo tricolore è ancora vivo e vegeto e si esprime sotto forma di controllo societario per impedire scalate ed opa ostili. Al tempo stesso suggerisce però che il «reticolo incrociato» di partecipazioni fondato su Mediobanca, è ormai sostanzialmente finito. Lo rileva, se vogliamo, anche il dato sulle quote possedute dai grandi gruppi bancari nelle società quotate, equivalente al 7% della torta e in calo di due miliardi rispetto all’anno passato.
Mediobanca, dicevamo. Anche Intesa Sanpaolo sta attenuando il suo ruolo di «banca di sistema» in linea con il nuovo corso inaugurato dall’amministratore delegato Carlo Messina. Certo il modello «public company Italia» è ancora lungi dal verificarsi. Secondo Paolo Longobardi, presidente di Unimpresa, se ciò avvenisse sarebbe persino un male perché «la fortissima crisi che sta colpendo l’Italia sta consegnando di fatto i pezzi pregiati della nostra economia a soggetti stranieri che non sempre comprano con prospettive di lungo periodo». Eppure ad attenuare l’impatto dell’arrivo degli investitori esteri – soprattutto per ciò che riguarda le scelte sulla governance dei gruppi quotati – a fine giugno è entrato in vigore il decreto Sviluppo che in sostanza introduce le «loyalty shares» alla francese. È possibile infatti introdurre clausole statutarie che «possono disporre l’attribuzione di un voto maggiorato, fino ad un massimo di due voti, per ciascuna azione appartenente a un medesimo soggetto».

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