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Borsa cinese in caduta, intervengono i fondi

PECHINO
Altra giornata nera per le Borse cinesi, con l’indice Shanghai Composite in perdita che chiude a meno 1,3 per cento. Tra le banche Icbc, la prima per capitalizzazione di Borsa, registra la peggiore performance perdendo l’1,6% mentre i titoli di settori a rischio come Jiangxi Copper Co, Yanzhou Coal Mining Co e Shanxi Lu’an fanno ancora peggio andando sotto del 7 per cento.
Vittime dell’overcapacity, uno dei problemi più difficili da affrontare per il Governo cinese, le aziende del settore dell’acciaio soffrono di più i contraccolpi delle Borse. Proprio in quest’ultimo periodo, inoltre, sono in corso prove tecniche di ristrutturazione in altri settori maturi, è il caso dei produttori di cemento, in grave crisi. I tentativi di fusione tra vari gruppi si stanno scontrando contro una serie di gravi problemi tecnici.
Logico che i mercati penalizzino maggiormente queste aziende, molte delle quali a loro volta in crisi a causa dell’andamento dei prezzi delle materie prime. Si tratta di una spirale difficile da spezzare, tanto più che incombe lo spettro di milioni di licenziamenti legati al cambiamento in corso, tutti lavoratori molto difficili da riconvertire.
Così ieri lo Shanghai Composite ha chiuso a 2,862.56, mentre anche Hong Kong continuava ad accumulare perdite.
L’indice Hang Seng China Enterprises si è fermato sul finire a meno 0,8 per cento, mentre l’indice Hang Seng è sceso dello 0,1 per cento. L’indice CSI 300 è sceso dell’1,2 per cento.
Per ridurre le perdite è scattata la corsa dei fondi a stabilizzare il mercato, un copione già visto in finale di seduta in altre circostanze in cui per i vertici di Pechino è fondamentale mantenere i mercati stabili. In questo contesto le risorse valutarie cinesi si trovano a dover affrontare il problema dell’assottigliamento costante. La Banca centrale attraverso Safe ha fatto sapere che la dotazione dei fondi sovrani non viene inclusa nelle riserve, un elemento che dovrebbe confortare la tesi che le riserve non sono in pericolo. Fatto sta che il livello scende pericolosamente di mese in mese, la tendenza si sta consolidando, dopo anni di crescita grazie alla quale la Cina ha accumulato la dote più consistente al mondo.
Proprio mentre in questi giorni è in corso la seduta plenaria annuale del Parlamento che, tra l’altro, deve approvare il nuovo piano quinquennale valido di qui fino al 2020.
Non è solo l’indebolimento dello yuan offshore e la fuga di capitali a deprimere i mercati, quest’anno i listini hanno già lasciato sul terreno il 20%, quanto il persistente calo dell’import-export.
Un fenomeno ormai strutturale indotto da un doppio fenomeno, la debolezza della domanda sia esterna sia interna. La domanda esterna non cresce a causa della recessione mondiale, mente quella interna soffre altrettanto perché i tentativi di stimolare i consumi si stanno rivelando insufficienti.
Le importazioni hanno registrato ribassi continui, a febbraio sono crollate del 13,8 per cento con un surplus della bilancia commerciale di 32,6 miliardi di dollari.
La tesi che i dati siano distorti a causa della festività del Capodanno lunare non basta a spiegare il quadro degli indicatori tutti molto negativi. Certo, la ripresa delle attività anche dopo la chiusura dei lavori parlamentari sarà un test importante per capire quanto è grave la situazione.
Le previsioni ufficiali prevedono un aumento del 6,7 per cento in questo trimestre e il 6,5 per cento per l’intero anno, in pratica la cosiddetta bottom line richiamata espressamente sabato scorso nel discorso di apertura del Parlamento da Li Keqiang, il premier cinese, il quale ha indicato per la prima volta un aumento ricompreso tra il 6,5 per cento e il 7 per cento. I lavori parlamentari si chiudono il prossimo 16 marzo, entro quella data difficilmente sarà possibile fornire un quadro positivo.

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