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Borsa, ci fidiamo del rally di gennaio?

C’è qualcosa di sorprendente e al tempo stesso di molto ordinario nelle performance di Borsa registrate a gennaio. Il 7% messo a segno da Wall Street e dai listini globali è tra i migliori esordi d’anno degli ultimi tre decenni. La perfetta nemesi di quello che, invece, è stato il peggior mese di dicembre dal 1931 per Wall Street, coronato da altri primati negativi: la peggior Vigilia di Natale di sempre, il peggior anno per le azioni globali dalla crisi del 2008. La non-eccezionalità del mini-rally di gennaio in definitiva sta propri qui: nella fisiologica tendenza del mercato a riassorbire gli eccessi di negatività dopo un crollo verticale.

Il punto

Più interessante è capire se siamo di fronte a un semplice rimbalzo tecnico. Vigoroso ma temporaneo. Oppure se ci sono le basi per una ripresa più solida e duratura. Gli amanti delle statistiche intanto gongolano, ricordando che negli ultimi 70 anni un gennaio in rialzo per la Borsa americana è stato di buon auspicio, nell’84% dei casi, per l’intero anno, con performance medie dell’11,5% negli 11 mesi successivi. D’altra parte, il 2018 prova che le statistiche a volte lasciano il tempo che trovano: dopo un brillante più 5,6% consegnato il primo mese, infatti, Wall Street si è schiantata, portando il bilancio di fine anno a -6,2%.

Meglio quindi accantonare l’arte divinatoria e ragionare sui fattori concreti che potrebbero sostenere la fase di recupero, o al contrario derubricarla a innocuo fuoco di paglia. «Il rimbalzo di gennaio ha una indubbia componente “idraulica”: i livelli di pessimismo raggiunti l’ultimo trimestre erano paragonabili per certi versi a quelli registrati dopo il fallimento di Lehman nel 2008. Decisamente eccessivi. In parte la negatività è rientrata. Ma non è solo questo. Le coordinate di riferimento sono oggettivamente mutate. Soprattutto se si guarda alla Federal Reserve», spiega Emilio Franco, amministratore delegato di Mediobanca sgr. Il 4 gennaio Jerome Powell ha rovesciato il tavolo da gioco rispetto all’approccio esibito a ottobre. «Affermando che la Fed presta attenzione alle turbolenze di mercato, che sarà paziente e flessibile nel percorso di normalizzazione della politica monetaria, concetto ribadito anche il 30 gennaio, ha lasciato intendere che ci sarà una pausa nella risalita dei tassi, probabilmente destinata a durare qualche trimestre — chiosa Franco —. Vale la pena ricordare che nei precedenti cicli, quando la banca centrale Usa, per ragioni differenti, ha interrotto o congelato la stretta monetaria — nel 1995, 1997, 2006 e 2015 — i listini hanno brindato per almeno i sei/dodici mesi successivi».

Lo scenario

Oggi Il mercato prezza tassi americani fermi per tutto il 2019. Forse esagera. «Noi ci aspettiamo due rialzi, ma abbiamo rivisto le tempistiche, che saranno più lente: prevediamo un ritocco a settembre e uno a dicembre», precisa Francesco Fonzi, strategist di Credit Suisse. Che spiega come la pausa di riflessione, del resto, riguardi tutti i maggiori banchieri centrali: «Anche la Bce è apparsa più cauta, di recente. E così la Bank of Japan. A sua volta, la Banca popolare cinese sta mettendo in atto ulteriori stimoli». A rendere la politica monetaria più accomodante, oltre al rallentamento dell’economia in diverse regioni, c’è il drastico calo dei prezzi petroliferi: 30% in quattro mesi. Fattore che contribuisce a contenere la traiettoria dell’inflazione, rendendo meno urgente un restringimento delle condizioni finanziarie. Ci sono almeno altri due fattori che potrebbero, secondo alcuni esperti, alimentare la ripresa dei corsi azionari. I negoziati tra Cina e Stati Uniti hanno congelato per un po’ gli aumenti tariffari. La tregua commerciale tra le due maggiori potenze scade il primo marzo. Su alcuni punti chiave, come la proprietà intellettuale, forse non ci saranno progressi significativi. «Ma l’aspetto fondamentale è la volontà di non far saltare il banco, come dimostra anche la reazione tutto sommato composta al caso Huawei (l’arresto della cfo del colosso cinese, Wanzhou Meng, figlia del fondatore, avvenuto in Canada, su richiesta degli Usa ndr). Mi aspetto che si possa raggiungere un accordo rilevante», conclude Franco. Viste le valutazioni, ritenute attraenti, soprattutto in Eurozona e Cina, «ci sono le condizioni per una crescita a doppia cifra dei mercati azionari nel 2019. Soprattutto se i dati macroeconomici delle prossime settimane dovessero confermare che la fase più difficile della frenata di Francoforte e Pechino è alle spalle».

Altri osservatori si dimostrano però più cauti. «Arrivati a questo punto, il rally inizia ad avere il fiato corto. C’è spazio ancora per due o tre punti di rialzo, poi mi aspetto un consolidamento», dichiara Alessandro Parravicini, gestore di Swan am. Le condizioni per una ripresa più ampia? «Sono due – spiega —. Un chiaro miglioramento dei numeri macro. E banche centrali di nuovo in campo con altri stimoli espansivi. Ma è ancora presto».

Pieremilio Gadda

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