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Borsa in calo e risale lo spread I timori dei mercati sulle urne

Che la transizione dei prossimi mesi richieda piedi di fata ormai lo riconoscono, in privato, persino Wolfgang Schäuble e Jens Weidmann. Sia il ministro delle Finanze tedesco che il presidente della Bundesbank capiscono perfettamente perché la Banca centrale europea si dovrà muovere come in una cristalleria: il pezzo pregiato che rischia di scheggiarsi si chiama Italia. Lo confermano i tremori di ieri sui mercati, subito evidenti non appena si sono riaffacciate le ipotesi di elezioni anticipate in autunno. Mentre gli altri listini europei rimanevano sostanzialmente stabili, ieri il Ftse Mib di Milano ha perso il 2%; le banche anche di più, dato che oltre un decimo delle loro attività è investito in debito pubblico di Roma il cui valore ieri è caduto all’improvviso. Il premio di rischio dei titoli di Stato italiani a dieci anni si è impennato di nove punti, con lo spread sui corrispondenti Bund tedeschi di nuovo vicino ai 190 punti, mentre scendeva per gran parte degli altri governi dell’area euro.

Movimenti del genere fanno capire perché in queste settimane stia passando da Roma una processione di grandi investitori da New York, da Londra o dall’Asia. Proprio come Schäuble e Weidmann, anche loro stanno cercando di capire quanto ci sia da preoccuparsi che l’Italia si stia dirigendo verso elezioni incerte mentre il debito resta al 133% del Pil, la crescita sotto l’uno per cento e la Bce si prepara a rallentare e poi cessare nel 2018 gli acquisti di titoli di Stato. Certo né Schäuble, né Weidmann si sono convertiti per questo a una linea morbida. Entrambi chiedono che il governo di Roma faccia di più per rispettare le regole di bilancio; entrambi sostengono da tempo che la Bce debba interrompere gli interventi sul mercato. Ma vorrà pur dire qualcosa se persino loro concedono che la transizione andrà annunciata ed eseguita con cautela.

Solo nell’ultimo anno la Bce ha comprato titoli italiani per circa cento miliardi e non è chiaro chi potrebbe prendere il suo posto, a questi rendimenti. Non possono farlo le banche italiane, di nuovo esposte per ben 400 miliardi sul debito del loro Paese dopo che per la prima volta nel 2016 erano riuscite alleggerirsi un po’. Non vogliono farlo i risparmiatori italiani, il cui portafoglio in titoli e depositi nazionali è sceso di 115 miliardi solo nell’ultimo anno. Non vogliono farlo gli investitori esteri, il cui ruolo resta importante ma sempre meno.

Che dunque arrivino in autunno o l’anno prossimo, queste saranno elezioni su ghiaccio sottile. Anche se l’incertezza politica dovesse prevalere, è però tutt’altro che scontato che torni il caos già vissuto nel 2011. Se non altro, perché qualcosa da allora è cambiato in alcuni fatti che determinano la stabilità finanziaria dell’Italia. Il debito pubblico è salito dal 116 al 133% del reddito, ma quello delle famiglie e delle imprese per la prima volta da tempo è sceso. Nel 2011 l’Italia presentava un deficit di 60 miliardi l’anno nei conti con l’estero, dunque si indebitava ogni mese con il resto del mondo per mantenere il suo tenore di vita; oggi il Paese ha un surplus esterno di circa 40 miliardi, quindi sta accumulando risparmio. In termini netti, le passività sul resto dell’economia mondiale sono scese a livelli minimi, al di sotto di quelle della Francia. Soprattutto, l’economia europea e italiana sono in ripresa, non sull’orlo di una recessione come nel 2011: è storicamente più difficile che il mercato porti un Paese al punto di rottura in un momento del genere. Durante la campagna elettorale l’Italia finirà comunque sotto pressione, perché il costo del debito pubblico salirà in ogni caso. E se la politica fingesse di non capire, anche di più.

Federico Fubini

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