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Borsa A Wall Street è scoppiata la (strana) gara della generosità

Apple non è solo la più grande azienda al mondo per valore in Borsa, con una capitalizzazione di 760 miliardi di dollari. È anche la più generosa con i suoi azionisti. Il suo amministratore delegato (ceo) Tim Cook ha infatti appena annunciato un aumento dell’11% del dividendo (distribuzione degli utili) e di 50 miliardi del programma di riacquisto di azioni proprie (buyback), che arriva così a 140 miliardi. 
Numeri & casi
In tutto, fra dividendi e buyback, dal 2012 al marzo 2017 Apple avrà restituito agli azionisti 200 miliardi di dollari. È un modo per utilizzare la liquidità che continua ad accumularsi nelle sue casse: 193,5 miliardi alla fine di marzo, una cifra superiore al valore di Borsa di tutte le società dell’indice S&P500, ad eccezione solo delle prime 15. Ma è anche il modo per accontentare investitori attivisti come Carl Icahn, che fanno pressione — e non solo su Apple — per operazioni di questo tipo.
Il motivo? I buyback servono a supportare le quotazioni, perché diminuiscono il numero dei titoli in circolazione e quindi aumentano il loro prezzo, migliorando inoltre un parametro molto seguito da analisti e investitori: i profitti per azione.
Così sono molte le società americane pronte ad imitare la «prodigalità» di Apple, seppure su scala minore. In tutto l’anno scorso hanno speso 553,28 miliardi di dollari in riacquisto di azioni proprie, il 16% più del 2013 e appena sotto il record storico di 589,11 miliardi registrato nel 2007. Un’ondata enorme di denaro che spiega come mai gli indici di Borsa abbiano continuato a salire, mentre gran parte degli investitori individuali stava alla finestra.
Oltre ad Apple, recentemente General Electric ha annunciato un nuovo programma di buyback da 50 miliardi. Exxon Mobil ne ha spesi 13 solo l’anno scorso per ricomprare i propri titoli. E Ibm ha usato 108 miliardi di dollari per lo stesso motivo dal 2000 ad oggi: uno stratagemma di ingegneria finanziaria, secondo i critici, per inseguire l’obiettivo di 20 dollari per azione — fissato dall’ex ceo Sam Palmisano e solo adesso abbandonato dall’attuale ceo Virginia Rometty — mentre fatturato e profitti hanno continuato a scendere.
Chi contesta
Non tutti sono felici di questa pioggia di soldi. Warren Buffett, il più famoso investitore «value», attento cioè ai valori fondamentali delle aziende, l’ha bollata senza mezze parole: «I buyback sono decisi troppo spesso per una ragione non dichiarata e, secondo me, ignobile: gonfiare il prezzo delle azioni».
C’è poi chi la definisce una vera droga. «Il timore è che il mercato sia diventato dipendente dai buyback e dal loro impatto sul rapporto prezzo/utili», dice Howard Silverblatt, analista di S&P Dow Jones Indices. Secondo i suoi calcoli, basta una riduzione del 4% del numero di azioni di un’azienda per migliorare in modo sensibile il suo p/u e quasi 100 delle 500 società dell’indice S&P hanno ridotto i propri titoli in circolazione oltre quella soglia.
E c’è anche chi ha deciso di denunciare pubblicamente il ricorso eccessivo ai buyback. L’ha appena fatto Laurence Fink, ceo della società di gestione più grande al mondo (4 mila miliardi di dollari amministrati), con una lettera aperta ai capi delle società componenti l’indice S&P500.
Secondo Fink gli investitori che chiedono i buyback e i ceo che li programmano in dosi massicce hanno una visione di breve termine «preoccupante sia per chi risparmia pensando al lungo termine sia per l’intera economia», perché queste operazioni sono realizzate «a spese degli investimenti in innovazione, in forza lavoro qualificata o in macchinari e strutture necessari a sostenere una crescita di lungo termine».
Restituire tanti soldi agli azionisti non rende loro un grande favore anche perché, sottolinea Fink, «con tassi di interesse vicini allo zero sono magri i benefici che si posso trarre dal cash». Inoltre «manda un segnale scoraggiante circa l’incapacità’ di un’azienda di usare le sue risorse in un modo saggio e sviluppare un piano coerente che crei valore nel lungo termine».
I buyback sono probabilmente l’uso meno produttivo dei soldi di un’azienda, conferma William Lazonick, professore della University of Massachusetts, che ha analizzato 40 anni di dati su questo fenomeno. Secondo lui i buyback possono danneggiare soprattutto le aziende i cui profitti dipendono molto dagli investimenti in ricerca e sviluppo, come quelle farmaceutiche e nell’alta tecnologia. Lazonick cita l’esempio di Hewlett-Packard che per i buyback aveva speso 11 miliardi di dollari nel 2010 e 10,1 miliardi nel 2011, e poi ha registrato perdite per 12,7 miliardi nel 2012.
La domanda che assilla Wall Street adesso è: che cosa succederà quando la droga dei buyback finirà il suo effetto? La speranza è che il mercato non soffra una sindrome da astinenza nociva per i risparmiatori.
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