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Boris punta a nuove elezioni se «i ribelli» rinviano la Brexit

Sono ore drammatiche per la Gran Bretagna. Oggi i deputati di Westminster tenteranno di strappare al governo il controllo dell’agenda parlamentare in modo da presentare una legge per il rinvio della Brexit, prevista per il 31 ottobre. Ma Boris Johnson non è disposto a cedere ed è pronto a chiedere già domani lo scioglimento della Camera per andare a elezioni anticipate a metà ottobre.

Il conflitto tra potere esecutivo e legislativo è giunto al redde rationem. Già la settimana scorsa il premier aveva ottenuto dalla Regina la sospensione del Parlamento: Westminster chiuderà i battenti dalla prossima settimana fino alla metà di ottobre. Una mossa, quella di Johnson, che gli ha visto piovere addosso accuse di golpe: ma che lui dice essere dettata dalla necessità di non avere le mani legate nella trattativa con Bruxelles.

Boris ripete che il suo obiettivo è raggiungere un accordo con la Ue in modo da garantire una Brexit ordinata: ma aggiunge, come ha fatto anche ieri, che in caso contrario è pronto ad andare al no deal, il divorzio senza intese che molti considerano una prospettiva traumatica per la Gran Bretagna e per l’Europa.

È per evitare questo rischio che una nutrita pattuglia di conservatori moderati, guidati dall’ex cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond, è pronta a far fronte comune con le opposizioni e a votare il rinvio della Brexit: una manovra che dovrebbe concretizzarsi fra oggi e domani, non appena il Parlamento tornerà a riunirsi per pochi giorni.

Per Johnson questo scenario equivale a «tagliare le gambe» ai britannici nel negoziato con la Ue: il premier è convinto che solo la seria minaccia del no deal indurrà gli europei a cedere e ad accettare le richieste di Londra. Ma è una strategia kamikaze: se Bruxelles non si piega, il precipizio è assicurato.

D’altra parte è anche vero che gli oppositori di Boris non hanno alcuna strategia. La legge che intendono presentare chiede il rinvio della Brexit di tre mesi, fino al 31 gennaio 2020: ma per fare cosa? I deputati finora non sono stati capaci di mettersi d’accordo su nessuna proposta alternativa: e così si espongono all’accusa di voler sovvertire la volontà popolare espressa dal referendum del 2016. Sono loro i veri golpisti, dicono i sostenitori della Brexit.

Johnson, come è nel suo stile, ha deciso allora che la miglior difesa è l’attacco. Prima ha avvertito i conservatori ribelli che saranno cacciati dal partito, il che equivale a mettere fine alla loro carriera politica; poi, pur ripetendo che «io non voglio le elezioni», ha fatto capire che, se non gli resta altra scelta, farà appello alle urne.

Per sciogliere il Parlamento occorre il voto dei due terzi dei deputati. Ieri Tony Blair ha ammonito i laburisti a non cadere nella «trappola da elefante» tesa da Boris: ma il leader Jeremy Corbyn ha voglia di andare al confronto elettorale. Sulla carta Johnson parte favorito: i sondaggi gli assegnano una maggioranza confortevole, il che gli consentirebbe di dare seguito alla sua strategia per la Brexit, ossia divorzio il 31 ottobre, «vivi o morti». Ma le variabili sono tante: a partire dal Brexit Party di Nigel Farage, che è una spina nel fianco per i conservatori. Anche due anni fa Theresa May andò alle elezioni convinta dai sondaggi di poter fare cappotto: finì per perdere la maggioranza e provocare lo stallo in cui ancora oggi la Gran Bretagna si dibatte.

Luigi Ippolito

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