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Bonus sui tassi a Grecia e Irlanda ma solo in cambio delle riforme

di Federico Fubini

MILANO — L’aumento del costo del petrolio e le tensioni nel mondo arabo hanno allontanato i riflettori da Eurolandia. Nel frattempo però i tassi d’interesse di Grecia e Portogallo sono saliti fino a toccare, ieri, i massimi di sempre. Quando venerdì i capi di Stato e di governo europei si vedranno a Bruxelles, daranno il via a due settimane di confronto in cui sanno che non possono più sbagliare: entro il 25 marzo, il Consiglio europeo dovrà tirar fuori un accordo complessivo che garantisca la tenuta dei Paesi in crisi e di tutto il sistema. Banchieri centrali, sherpa delle capitali e di Bruxelles ci lavorano da mesi. Il pacchetto che atterrerà sul tavolo dei leader è di fatto già delineato nelle parti urgenti, quelle che devono dare una risposta alle pressioni del mercato. Che basti e non scateni invece un’ondata di pessimismo fra gli investitori, resta tutt’altro che sicuro. Il punto più delicato non riguarda in realtà il prossimo piano di salvataggio in arrivo, quello diretto in Portogallo non appena il governo di Lisbona darà luce verde. Questo per molti è già scontato. Più difficile invece sarà trovare un assetto sulla Grecia che convinca tutti, perché i conti di Atene restano comunque insostenibili anche dopo tutti i tagli, i sacrifici e le riforme del governo di George Papandreou. Il debito pubblico dovrebbe arrivare al 157%del Pil nel 2013 e anche Moody’s, un’agenzia di rating relativamente cauta, parla di un’insolvenza che si avvicina. Le vie per evitarla non sono infinite. Un rinvio dei rimborsi agli investitori privati è escluso, perché scatenerebbe in Europa un’onda d’urto sui derivati d’assicurazione del debito (Cds). La sola via aperta è quella di un rinvio a fine decennio delle scadenze di rimborso dei prestiti alla Grecia da parte dei governi europei, dell’Ue e del Fondo monetario: sono 110 miliardi, un terzo del debito greco, non abbastanza per rimettere Atene su un equilibrio sostenibile. Forse è per questo che i governi europei si preparano ad altre soluzioni, anche sui tassi d’interesse previsti per i loro prestiti sia alla Grecia che all’Irlanda. L’ipotesi ormai accettata è che i due Paesi abbiano dall’anno prossimo un rimborso sugli oneri da prestiti se metteranno in pratica tutti gli impegni presi per le riforme e i tagli di bilancio: un bonus «ex post» per i sacrifici affrontati. Per la Grecia neanche questo sconto può bastare. Il mercato non ci crederà se non vedrà un aumento convincente dell’Efsf, il fondo salva-Stati, sia in volume finanziario sia per come quei soldi potranno essere spesi. Su questo, il doppio vertice europeo di marzo si prepara a una soluzione forse solo parziale: i governi si erano impegnati ad avere un fondo spendibile da 440 miliardi di euro invece -salvo sorprese -la somma resterà un po’ inferiore. Incluse le garanzie saranno impegnati 500 miliardi, quindi circa 350 effettivamente spendibili. Quelle cifre potranno però essere usate per comprare titoli di Stato dei Paesi in crisi direttamente al momento in cui quei bond saranno emessi. Nel frattempo, la Banca centrale europea potrà comprare sul mercato bond governativi già in mano agli investitori da anni. Possibile dunque che negli anni quasi tutto il debito greco finisca nei bilanci dell’Ue, dell’Fmi, dell’Efsf e della Bce: tutto in mani pubbliche. Anche per l’Irlanda le cose potrebbero andare in maniera simile. Se il mercato crederà che tutto ciò è abbastanza, le tensioni sui titoli di Stato si calmeranno e l’euro si consoliderà. Altrimenti, i leader della zona-euro continueranno a improvvisare come hanno fatto per questo ultimo anno.

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