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Bonus pagamenti fino al 6 gennaio

Il cashback di Natale potrebbe andare ai tempi supplementari e arrivare fino alla Befana. L’ultimo giorno valido per gli acquisti con moneta elettronica che danno diritto al rimborso del 10% della spesa, ma con limiti e tetti ben definiti, potrebbe slittare dal 31 dicembre, come previsto finora, al 6 gennaio. E questo per «risarcire» in qualche modo le tantissime persone che anche ieri, giorno del debutto per i pagamenti che danno diritto al rimborso, hanno provato invano a registrare carte di credito e bancomat sull’App Io, andata in tilt per le tante richieste. La falsa partenza ha fatto perdere la pazienza anche al presidente del consiglio Giuseppe Conte, che si era speso in prima persona per il programma di incentivi sui pagamenti elettronici. E per questo, al di là delle scuse per i disagi e delle dichiarazioni pubbliche che parlano di numeri record, c’è una notevole irritazione verso PagoPa, la società controllata da Palazzo Chigi che gestisce il programma.

A fine giornata, dalla presidenza del Consiglio fanno sapere che i problemi di rallentamento sono stati superati e che da oggi per registrare le carte ci sarà una procedura più semplice, con un solo clic. Ma almeno fino a ieri sera l’App continuava a impallarsi, caricare nuovi mezzi di pagamento era impossibile mentre, per chi era riuscito a farlo nelle ore precedenti, le spese già fatte non erano visibili. Gli strumenti di pagamento elettronici attivati per il cashback sono in tutto quasi 2,3 milioni. Ma solo poco più della metà sono stati registrati sull’App Io, il resto sugli altri canali, come Satispay, che si sono messi in scia. Per questo l’ipotesi dei tempi supplementari fino alla Befana resta in campo, anche se oggi i problemi dovessero essere davvero superati.

Dal punto di vista tecnico, però, non si tratta di un passaggio semplice. La misura dovrebbe essere inserita in un eventuale decreto Milleproroghe, da varare entro la fine dell’anno ma dal destino ancora incerto. Oppure nel decreto legge sulla governance del Recovery fund, che non è esattamente lo stesso tema, e poi trasferito in corsa nella legge di Bilancio. In ogni caso c’è la volontà di fare qualcosa per riparare il danno. C’è il rischio di ricorsi, al là di quello quasi di routine presentato dal Codacons. E resta anche il danno d’immagine sul quale infierisce Pornhub: come aveva già fatto in occasione di altri flop da click day, il sito canadese ha offerto al governo italiano la sua assistenza tecnica. Una mossa a metà tra il marketing e la provocazione che, naturalmente, è rimasta senza risposta.

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