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Bonus, Londra gioca l’ultima carta

Tradita anche dalla Svizzera, la City s’avvia a vivere la più dolorosa debacle della sua storia recente. L’ultimo colpo alle fragili speranze britanniche di attutire le norme promosse da Bruxelles sui bonus, oggi all’esame dell’Ecofin, è arrivato dal «si» bulgaro – 68% – nel referendum promosso da Berna. La sollevazione popolare degli elettori svizzeri decisi a imporre l’introduzione di una stringente regolamentazione per le gratifiche dei top manager, fiacca la resistenza del Cancelliere dello Scacchiere George Osborne oggi riunito con i colleghi dell’Ue. L’accordo fra il parlamento europeo e la presidenza irlandese dell’Unione che propone di inchiodare il rapporto fra parte fissa e variabile del salario entro il tetto massimo del doppio (ovvero il bonus non potrà essere più alto di due volte lo stipendio) pare destinato ad ottenere la ratifica dei ministri, nonostante «la genuina preoccupazione» che nutre la Gran Bretagna. Il commissario Michel Barnier è stato fra i primi ad applaudire il «chiaro e importante» pronunciamento della Svizzera. Parole che hanno idealmente incrociato i cieli dell’Unione con il commento del sindaco di Londra Boris Johnson, franco nel definire «un’idiozia di politica economica» la proposta della Commissione prossima al varo. Il motivo dell’invettiva lo ha spiegato lo stesso Boris Johnson, euroscettico per eccellenza ma considerato il più quotato sfidante alla leadership del Tory party, e anche in questo caso senza giri di parole. «Contesto il principio che si possa regolamentare la remunerazione», parole seguite dalle temute conseguenze: la fuga di banche e banchieri dall’Europa. Non più, però, per andare in Svizzera dove il referendum ha ribaltato le regole di governance garantendo agli azionisti poteri di veto stringenti , abolendo assegni di buonauscita o di «buonaentrata» per i manager, impacchettando le eventuali deviazioni entro gli articoli del codice penale. In Svizzera non potranno trovare riparo, ma in Usa e in Asia probabilmente sì.
La preoccupazione britannica esemplificata dalle parole di Boris Johnson nasce dal timore che il prezzo finale ricada più che sull’Europa tutta, su Londra. Non c’è dubbio che una misura del genere rappresenti una minaccia per la centralità della City come le voci di anonimi bankers confermano, notando che mai come in questo caso è colpito l’interesse diretto del singolo executive. Così come si sottolinea a gran voce che una misura del genere avrà solo l’effetto di alzare la parte fissa del salario, esponendo banche e imprese a un aumento dei costi sganciato dal merito e dalla performance. Nonostante ciò resta difficile, quantomeno logisticamente, immaginare un trasloco in massa come non avvenne neppure quando nel mirino dei regolatori entrarono, nelle intenzioni più che nei fatti, gli hedge funds. «Delocalizzazioni» saranno comunque possibili.
L’esito dell’Ecofin di oggi appare inevitabile e Londra s’incammina verso una sconfitta che avrà la conseguenza di allontanare ancor di più la Gran Bretagna dall’Europa continentale. È evidente, però, che l’isolamento inglese è il prezzo, anzi l’acconto, dell’euroscetticismo assurto ormai a politica di governo del Paese. Un prezzo molto alto se significa emarginazione della volontà britannica dal consesso dell’Unione su un capitolo vitale per Londra come sono e continuano ad essere i servizi finanziari.

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