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Bonus e flessibilità sindacati uniti per le pensioni

Vanno in piazza assieme, ma sull’idea di sciopero generale le loro strade potrebbero ridividersi. Cgil, Cisl e Uil ieri hanno protestato uniti contro la politica previdenziale del governo, ma nel caso di mancata risposta da Palazzo Chigi non c’è una linea comune. Susanna Camusso della Cgil e – con meno convinzione – Carmelo Barbagallo della Uil sono per lo sciopero generale, Anna Maria Furlan della Cisl frena.
Al centro della protesta il malessere di chi una pensione già ce l‘ha e di chi vorrebbe la flessibilità per andarci prima dei tempi previsti dalla riforma Fornero. Il popolo dei pensionati (Spi-Cgil, Fnp-Cisl e Uilp) chiede di aver diritto al bonus di 80 euro, di veder difeso il potere d’acquisto e le pensioni di reversibilità, di avere un trattamento fiscale pari a quello dei lavoratori e ottenere la piena rivalutazione degli assegni bloccati nel 2012-13. Ma anche di mandare in pensione i lavoratori prima dei 67 anni lasciando il posto ai figli. Temi – flessibilità in primis – dei quali si parlerà nell’incontro governo-sindacati del 24 maggio, ma che saranno regolati dalla futura legge di stabilità.
«Se le risposte non arriveranno è perfettamente ragionevole pensare ad uno sciopero generale », ha detto dalla piazza (60 mila persone secondo i sindacati) Susanna Camusso, leader della Cgil. Una linea sposata, con qualche cautela, anche da Carmelo Barbagallo della Uil: «È l’ultima cosa da fare, ma se dal governo non ci sono risposte lo sciopero è inevitabile». Ipotesi sulla quale la Cisl di Anna Maria Furlan taglia corto: «Prima di scioperare bisogna parlare dei contenuti, quando si apre una trattativa si deve volere con forza una buona conclusione. Questo è lo spirito con cui vado il 24».
Quell’incontro in realtà si caricherà anche di altri temi: in particolare il lavoro, come ha annunciato il ministro Giuliano Poletti. «Dobbiamo attivare la parte numero due del Jobs Act, ovvero politiche attive, Anpal, ispettorato nazionale. E parleremo anche di costo del lavoro. L’obiettivo del governo – ha spiegato Poletti – è quello di rendere i contratti a tempo indeterminato meno costosi dei contratti a termine. C’è già un differenziale del 5,5-6 per cento, ma secondo noi, un differenziale significativo dovrebbe arrivare attorno al 10 per cento». Nella prossima legge di stabilità il governo valuterà se anticipare al 2017 il taglio strutturale del costo del lavoro per il tempo indeterminato, invece di proseguire con la riduzione graduale degli sgravi.
Di lavoro e di uscita graduale tratta anche il decreto sul part-time agevolato appena pubblicato in Gazzetta Ufficiale e che entrerà in vigore a partire dal 2 giugno. Alla misura potranno ricorrere i lavoratori del settore privato con contratto a tempo indeterminato ed orario pieno, che hanno almeno venti anni di contributi (il minimo per avere accesso alle pensioni di vecchiaia) che maturano il requisito anagrafico entro il 31 dicembre 2018. Potranno concordare col datore di lavoro il passaggio al part-time, con una riduzione dell’orario tra il 40 e il 60 per cento, ricevendo in busta paga – oltre alla retribuzione per il part-time lavorato – una somma esentasse corrispondente ai contributi previdenziali che dovrebbe versare il datore di lavoro sulla retribuzione per l’orario non lavorato.
Lo Stato riconoscerà al lavoratore la contribuzione figurativa corrispondente alla prestazione non effettuata, in modo che alla maturazione dell’età pensionabile il lavoratore possa percepire tutta la pensione, senza penalizzazioni.

Luisa Grion

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