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Bonus economy

Il Censis nel suo recente Rapporto annuale ha parlato addirittura di «Bonus Economy», di un approccio diventato malgré lui sistemico, in virtù di quella pletora di provvedimenti (78 nei soli primi 4 decreti governativi riferiti temporalmente alla prima ondata del virus) adottati dal governo Conte per limitare i danni della pandemia per imprese, lavoratori e famiglie. Dal bonus casa a quello baby sitter, dal reddito di emergenza ai 600 euro per le partite Iva, dalla cassa integrazione in deroga ai voucher per consulenza, dall’incentivo per l’assunzione di donne disoccupate alla carta del docente fino ai bonus per le bici, i monopattini e i taxi. «Una continua gemmazione di nuovi strumenti di supporto, sostegno, ristoro e credito». Il solo sostegno erogato via Inps e che riguarda quindi i capitoli del lavoro, della previdenza e dell’assistenza ha interessato 14 milioni di beneficiari per una spesa di 26 miliardi. Secondo i calcoli del Censis: duemila euro a testa per un quarto della popolazione.

L’onda lunga…

Ma si poteva fare altrimenti? A prescindere dal giudizio che si può dare sull’esecutivo guidato da Giuseppe Conte, visti i tempi ristretti, si poteva fare diversamente? «È evidente che in una condizione di emergenza bisognava far presto — risponde Marco Baldi, responsabile dell’area economia e territorio del Censis — ma molti provvedimenti sono stati disegnati male e in aggiunta anche l’informazione per i cittadini è stata largamente deficitaria». Qualche esempio? Per i 600 euro alle partite Iva bisogna delimitare la platea dei beneficiari per evitare privilegi. Per il bonus sulla mobilità non aveva senso agevolare l’acquisto di bici da corsa da 8 mila euro. E anche il bonus vacanze alla fine ha funzionato male. Il digital divide, poi, ha contato molto nell’accesso alle modalità di utilizzo e hanno pesato anche le inefficienze del pubblico con il crash del sito dell’Inps e quello del ministero per l’Ambiente per il bonus mobilità. «Commercialisti, fiscalisti, consulenti del lavoro, Caf e giornalisti hanno faticato non poco nel surfare su quest’onda lunga di misure».

… Viene da lontano

Detto questo però Baldi ricorda come la bonus economy in Italia non nasca con la pandemia ma bensì una quindicina d’anni prima, almeno con gli incentivi per chi decideva di rinviare il prepensionamento nel 2004 (riforma Maroni). Il bonus per eccellenza di questi anni, però, per il peso avuto nella comunicazione politica e per l’ampiezza della platea interessata rimanda agli 80 euro del governo guidato da Matteo Renzi.

Secondo Fabrizio Pagani, presidente dell’associazione Minima Moralia, «abbiamo fatto bene a sospendere i meccanismi di mercato riferiti al lavoro e al credito, ma avrei concentrato sforzi e risorse nei ristori per le attività commerciali, nella cassa integrazione e nelle moratorie». Il resto, anche i famigerati monopattini, ha finito per generare confusione e rendere incomprensibile il senso più profondo dell’operazione. È mancato, si potrebbe dire, un quadro concettuale.

Più disuguaglianze

Anche a giudizio di Cristiano Gori, docente di politica sociale all’università di Trento e autore del libro «Combattere la povertà», è un bene che gli interventi siano stati decisi con una certa tempestività, ma avrebbero dovuto riguardare meno categorie e riservare una maggiore attenzione all’equità. «Dopo che la disuguaglianza è diventata tema chiave dell’agenda politica ci si sarebbero aspettate novità positive nel disegno e nelle modalità di somministrazione dei bonus. E arrivo a dire invece che hanno aumentato le differenze più che mitigarle. Anche in virtù di un’informazione e implementazione tutt’altro che facile per la fasce più deboli della popolazione».

Ad arricchire il quadro delle contraddizioni generatesi strada facendo, il Censis ne ha messo in evidenza una che ha del paradossale: scomponendo i dati di valutazione per fasce d’età il gradimento della bonus economy è stato più alto tra i giovani (83,9%) che tra gli anziani (65,7%). La popolazione senile si interroga evidentemente su chi nei prossimi anni provvederà al welfare, chi pagherà le pensioni o il lavoro pubblico di servizio per il Paese. «I giovani invece vivono una sorta di scollamento, con un’esistenza tutta spalmata sul presente e una preoccupazione sul futuro troppo grande per essere presa in considerazione.È il paradosso di un Paese che si affida ai nonni per provvedere alle esigenze future dei nipoti», commenta Baldi.

Detto e giudicato quanto fatto nell’horribilis 2020, il quesito più interessante in questo momento investe le scelte dell’immediato futuro.

Come dovrebbe comportarsi il governo nel 2021 davanti al rischio che la pletora dei bonus pregressi condizioni e ingessi le scelte di politica economica e redistributiva? Quali indirizzo dovrebbe perseguire? Secondo Baldi sono due i contenitori-chiave di policy sui quali lavorare: un unico bonus per le famiglie basato esclusivamente sull’Isee (e sul numero dei figli) e una vera riforma fiscale. «L’obiettivo è evitare di continuare a dispensare briciole, mille rivoli di spesa, quasi dei ristori ad personam. Sarebbe pericoloso protrarre anche l’anno prossimo un metodo che crea disimpegno sociale». Infatti di recente il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ha dato addirittura ragione al presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, condividendone le critiche di metodo avanzate a un governo molto restio a dare ascolto alle parti sociali.

Uscite di sicurezza

Secondo Pagani per uscire dalla bonus economy bisogna innanzitutto concepire, per il lavoro, un’operazione straordinaria di re-training e formazione. «Occorre farlo presto, nel tempo che va da aprile a fine 2021, magari usando il fondo Sure. È un’operazione che serve ad accompagnare la digitalizzazione che il Paese ha conosciuto in maniera massiccia in questi mesi ma che non si può limitare a saper accedere a Zoom oppure alla creazione di piccoli siti web per le Pmi».

Per quanto riguarda l’altro pilastro di policy, il credito, Pagani sostiene che «stiamo leggendo questa crisi con gli occhiali del 2015 ma questa volta non ci sarà un’ondata di Npl». Le aziende stanno resistendo bene, non avremo un’ondata di fallimenti delle medie imprese, ma solo di esercizi commerciali e della ristorazione e quindi in termini di numeri e tipologia delle sofferenze bisognerà aver presente questa differenza.

Infine, a parere di Gori, «è complicato passare da scelte estemporanee a politiche strutturali, ma è necessario». Per quanto riguarda ad esempio il nuovo Reddito di emergenza e gli assegni comunali bisogna farli rientrare nel Reddito di cittadinanza, occorre immettere i nuovi poveri del Covid dentro quel provvedimento nato prima». Per gli ammortizzatori sociali c’è sicuramente la necessità di un cambio di passo collegandoli alla formazione, ma ci vuole una maggiore conoscenza delle platee, cercando di non ampliare le differenze tra garantiti e non garantiti come è avvenuto con i ristori per le partite Iva. «Laddove gli ammortizzatori sono finanziati con la fiscalità generale non sono tollerabili sperequazioni».

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