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I Bonos vedono il «pareggio» con i BTp

Il secondo giorno post-Brexit è caratterizzato ancora dalla caccia ai titoli di Stato tedeschi, statunitensi e paradossalmente anche britannici. Ma non può essere ricondotto solo a una generica fuga verso il rischio, perché ieri gli investitori hanno contemporaneamente acquistato anche i bond della «periferia» d’Europa: quelli di Italia, Portogallo e soprattutto Spagna all’indomani del voto iberico.
Non è dunque soltanto il panico (che ieri si è invece continuato a vedere in Borsa) a guidare l’andamento dei mercati del reddito fisso. Quello lo si vede sì in parte sul Bund tedesco (i cui rendimenti sono scesi ulteriormente sulla scadenza decennale fino a raggiungere un nuovo minimo storico a -0,11%) e sui Treasury americani (1,47%), ma non può certo spiegare perché il rendimento del Gilt britannico sia sceso sotto la soglia dell’1% (0,94% sul finale), quello del BTp all’1,43% (spread a 154 punti) e quello dei titoli portoghesi al 3,32 per cento.
Per questi ultimi, cioè i bond dell’Eurozona, si può in parte invocare l’attività della Bce, che quotidianamente rastrella oltre 3 miliardi di euro titoli con il suo piano di riacquisti. Non possono esserci a questo proposito conferme sul fatto che l’Eurotower abbia negli ultimi giorni accelerato le operazioni sulla «periferia» nel tentativo di stabilizzare i mercati scossi dalla Brexit, ma è un’ipotesi plausibile.
Di sicuro c’è che la scorsa settimana gli acquisti di asset legati al settore pubblico dell’Eurozona hanno superato un controvalore di 17 miliardi (e raggiunto la cifra totale di 869 miliardi dall’inizio del piano Draghi) e anche sul quantitativo di corporate bond ritirati (2,7 miliardi per complessivi 4,8 miliardi in meno di un mese) si è accelerato. «Difficile dire se si tratti di un’anticipazione delle operazioni in vista del periodo estivo o di un segnale di acquisti più sostenuti per un periodo più esteso», ha ammesso Frederik Ducrozet di Pictet, ma l’effetto calmierante sui rendimenti è fuori discussione.
Altro aspetto che favorisce l’ulteriore discesa dei tassi è la riconsiderazione delle attese sulle stesse politiche monetarie delle Banche centrali alla luce dell’esito del referendum britannico. L’impatto sui Gilt di possibili mosse espansive (fino a un taglio dei tassi stessi) da parte della Banca d’Inghilterra per evitare l’eventuale recessione innescata dalla Brexit è evidente: la prima data utile è giovedì 14 luglio, quando il comitato di politica monetaria guidato da Mark Carney tornerà a riunirsi. Per ora i tassi impliciti che ricavabili dai future assegnano una probabilità superiore al 50% a una sforbiciata del costo del denaro britannico, una settimana fa erano appena al 16 per cento.
Che ci sia nervosismo fra i banchieri centrali è del resto un’altra certezza, visto che oltre lo stesso Carney anche il presidente della Federal Reserve, Janet Yellen, ha annullato l’intervento in programma questa settimana al forum organizzato dalla Bce a Sintra in Portogallo. E quella con sede a Washington è un’altra delle Banche centrali indiziate di mutare la propria strategia a causa del voto britannico, o almeno così pensano gli investitori che adesso assegnano (in base ai future quotati al Cme)una probabilità molto ridotta a un aumento dei Fed Fund entro fine anno (meno del 15%, quando qualche settimana fa si viaggiava oltre il 70%) e addirittura iniziano a considerare anche un possibile taglio dei tassi Usa, clamoroso dopo la stretta di dicembre.
Il giro degli istituti centrali si conclude poi con la Bce che, dopo l’incremento di marzo, non ha mai escluso possibili ritocchi al «quantitative easing», né ulteriori riduzioni del tasso di rifinanziamento principale (0%) o di quello sui depositi (-0,40%). Il fatto che al momento il 57% dei titoli di Stato tedeschi con scadenza fra 2 e 30 anni abbia tassi addirittura inferiori a quest’ultima soglia e quindi non siano ulteriormente acquistabili dall’Eurotower la dice lunga su quanto sul mercato ci si aspettino nuove mosse espansive. E altrettanto può dirsi quando si considerano le attese sull’inflazione a medio termine dell’Eurozona: quel tasso medio previsto fra 5 anni per i successivi 5 che è l’indicatore monitorato da vicino a Francoforte e che è piombato all’1,25% (minimi storici e distanti dall’obiettivo del 2%) post Brexit.
Detto del Tesoro italiano, che ieri ha collocato poco meno di 700 milioni di euro di BTp indicizzati all’inflazione euro con scadenza 2032, l’ultima nota di rilievo della giornata è legata alla Spagna e ai suoi titoli di Stato che ieri sono stati massicciamente comprati sul mercato tanto da riportare i rendimenti sul decennale vicini a quelli italiani (1,46%) come non lo erano da quasi un anno. Ci vuol poco a immaginare che il movimento sia legato all’esito delle elezioni di domenica. «Un fattore importante dietro la performance va probabilmente ricercato nel sollievo degli investitori alla mancata affermazione di Podemos», spiega Luca Cazzulani di UniCredit, prima di aggiungere che «nell’immediato le trattative per formare un nuovo governo a Madrid saranno complicate, ma in una prospettiva di medio-lungo termine se queste faranno progressi c’è spazio per una sovraperformance della Spagna nei confronti dell’Italia e perché lo spread torni negativo».

Maximilian Cellino

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