Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Bonomi: ora la Popolare di Milano non è più la banca dei sindacati

«Il nuovo consiglio di gestione ha trovato una banca sull’orlo del collasso e un’organizzazione totalmente incoerente: strutture su strutture, divisioni create solo per dare un posto ai privilegiati. Di tutto. Anzi no, mancava una cosa: il responsabile delle relazioni sindacali». Il perché è facile da intuire. Parliamo della Bpm, la banca più sindacalizzata d’Italia. Un anno fa, a Piazza Meda, però la musica è cambiata: fuori i sindacati e dentro i “tecnici”. «Si sono verificate le condizioni che hanno consentito di impostare il cambiamento — racconta il presidente del consiglio di gestione di Bpm, Andrea C. Bonomi, tracciando il primo bilancio della nuova gestione —: l’attenzione di Banca d’Italia, le indagini della Procura, i clienti furibondi per il convertendo».
Non bastava il bilancio a rendere chiara la necessità di una svolta?
«Non sono i conti la cosa peggiore che abbiamo trovato in Bpm ma la cultura. Però ci siamo resi subito conto con Piero Montani (il consigliere delegato, ndr) che chi guidava la maggioranza in realtà era una minoranza. Con la nuova governance duale e gli ulteriori interventi, anche sul piano della diffusione di una cultura del “fare banca”, sono stati tagliati fuori tutta una serie di interessi ed è stato avviato il cambiamento».
Il risultato?
«Bpm ha un piano industriale coerente e un aumento di capitale da 800 milioni già realizzato che l’ha resa più solida. Chi lo ha sottoscritto ha fatto anche un buon affare considerando che l’aumento era a 30 centesimi. Abbiamo avviato inoltre una ristrutturazione delle funzioni. Pensi che in Bpm su 8.400 dipendenti 2.400 sono nelle sedi centrali. Da gennaio più di cento andranno a rafforzare la rete».
È l’eredità dei sindacati?
«La crescita professionale era di fatto funzionale al sindacato: metteva le persone dove gli faceva più comodo o servivano, a prescindere dalle capacità, creando così enormi problemi gestionali».
Secondo lei la forma cooperativa di Bpm ha agevolato certe manovre?
«La forma cooperativa non è sbagliata in sé, ma questo sistema, nel tempo, è deviato in senso anti-meritocratico, generando situazioni di grave inefficienza. Dobbiamo aggiungere allo spirito cooperativistico l’idea di sviluppo professionale basata sulla meritocrazia. Vede, in vent’anni di private equity di aziende ne ho viste moltissime e Bpm è una delle più chiare: ha un potenziale di recupero enorme, facile da far emergere».
In che modo?
«In modo moderno, utilizzando le risorse in modo innovativo, dando ai clienti ciò di cui hanno bisogno. Vogliamo aiutare le piccole aziende a crescere e globalizzarsi».
Ma Bpm non ha reti all’estero.
«Bpm ha la fortuna di essere in una regione in cui i clienti sono esportatori e noi vogliamo aiutarli snellendo le procedure di concessione credito e rimuovendo gli ostacoli nel rapporto con la banca. Come dire: tu vai all’estero che noi pensiamo a fare andare le cose in Italia. Per far affluire capitali, di cui il Paese ha un grande bisogno, servono anche banche locali forti e innovative come sarà Bpm».
I sindacati interni condividono?
«Lo auspico; è nell’interesse di tutti. Lo ha fatto in passato, ed è stata la più grande fortuna della banca. L’indipendenza è uno dei pilastri positivi che ha lasciato il sindacato».
Sugli esuberi non sembrano però disponibili a fare sconti.
«Lunedì (ieri, ndr) riprendiamo il confronto e devo dire che sto notando un approccio costruttivo. Il grande ostacolo è che si tratta della prima vera trattativa sindacale in Bpm».
Da dove è partita la svolta?
«Dall’assunzione delle responsabilità. Questo ha portato a una grande trasparenza. Abbiamo iniziato a chiedere di firmare i rendiconti e quindi di assumersene la responsabilità. Dai cassetti sono usciti documenti che prima non erano noti».
Adesso sì, «Report» gli ha dedicato una puntata. Che impressione ha avuto?
«Non parlo come non ho mai parlato delle questioni relative alla gestione precedente: c’è un’inchiesta della magistratura iniziata mesi prima che arrivassimo. Però non accetto che si dica che ho favorito aziende partecipate da Investindustrial, nel caso specifico Inaer, o altre fantasie sulla sede dei fondi, che è Londra. Il finanziamento a Inaer è avvenuto nel 2010, un anno prima del mio ingresso in Bpm. Ho dato la più ampia informativa sui rapporti tra i fondi e Bpm e tutte le decisioni sono state assunte nel pieno rispetto della normativa. Quanto invece ai coinvestitori menzionati da Report, si tratta di un cliente storico della banca. E allora? Tutti coloro che conosco e che sono clienti Bpm dovrebbero chiudere il conto?
Investindustrial è un operatore del private equity che per definizione non è investitore di lungo periodo. Ha già in mente quando uscire da Bpm?
«La presidenza di Bpm assorbe molto tempo e ho dovuto lasciare altri incarichi. Ho mantenuto solo il ruolo di consigliere nel fondo Investindustrial V, il nuovo fondo da 1,25 miliardi che non ha nulla a che vedere con la partecipazione in Bpm, in Rcs Mediagroup (società editrice del «Corriere della Sera», ndr) e Illy. Sarà il management delle società del fondo a decidere quando disinvestire, non io».
Come immagina di lasciare Bpm?
«Forte. La migliore delle popolari».
Per restare da sola o aggregarsi?
«Sarà chi lavora in banca a deciderlo. Certo, mi dispiacerebbe essere stato l’ultimo presidente della Bpm ma sono certo che non sarà così. Ho fiducia nella gente di Milano e in questa banca che ha tante difficoltà ma anche una grande forza».
Come mai, nonostante abbia già abbastanza da fare in Bpm ha deciso di interessarsi alla Pirelli?
«Per parte mia desidero contribuire, nei limiti in cui ciò mi è possibile, al successo dell’operazione tra Investindustrial e Pirelli e, per questa via, allo sviluppo di Pirelli, uno dei pochi importanti brand italiani a livello mondiale, alla tranquillità dei lavoratori e alla soddisfazione degli azionisti. Per questo motivo è necessario che si ritorni a un clima di serenità per trovare un accordo per il bene dell’azienda».

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Pasticcio di golden power alla parmigiana. La Consob ha sospeso, dal 22 gennaio e per massimi 15 gio...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Il progetto di integrazione di Stellantis prosegue a marcia spedita. Dopo la maxi cedola di 2,9 mili...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Entra nel vivo la stagione dei conti societari a Wall Street con la pubblicazione, tra oggi e domani...

Oggi sulla stampa