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Bonomi in pista. Ora punta sull’Alfa Romeo

Oltre Pirelli, l’Alfa Romeo. Il banchiere Andrea Bonomi vorrebbe dimenticare le banche. Con il suo fondo Investindustrial è entrato nella Popolare di Milano l’anno scorso in asse con i dipendenti, ne è diventato presidente del Consiglio di gestione e tanto gli è bastato. Guerre intestine, ostacoli, pressioni, avvisi d’indagini smentite dalla procura: questa l’imprevista fatica quotidiana. Tornando indietro, non lo rifarebbe. Perciò, via dalla finanza. Gli obiettivi dell’erede di Anna Bonomi Bolchini ora sono altri: le gomme, dai pneumatici alle auto. Per potere? No, pensa lui, perché possono rendere e crescere all’estero.
Dalle moto alle auto
Andrea Bonomi è l’uomo che ha rilevato, risanato con il manager Gabriele Del Torchio e rivenduto in aprile per 860 milioni le moto Ducati all’Audi (Vw). Gli piacciono gli investimenti industriali, su aziende internazionalizzabili, s’intende per guadagnarci. È con questa premessa che sta preparando, secondo fonti attendibili, l’operazione su Pirelli, con ruolo da paciere fra i due soci-contendenti, Marco Tronchetti Provera e la famiglia Malacalza. È anche pronto a fare un’offerta per l’Alfa Romeo se l’amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, si decidesse a metterla in vendita.
Bonomi può investire fra i 100 e i 550 milioni per ogni operazione: questa la potenza del suo fondo appena chiuso da 1,25 miliardi di euro (1,5 con il coinvestimento diretto dei sottoscrittori). In Pirelli lascerebbe la gestione agli altri (Tronchetti), in Alfa la vorrebbe per sé.
Secondo indiscrezioni, l’idea per il marchio sportivo del Lingotto è costituire una nuova società, della quale Bonomi potrebbe prendere una quota di minoranza, eventualmente a fianco di Fiat. Gestita e rilanciata, l’Alfa Romeo sarebbe così pronta per essere rivenduta: alla stessa Fiat o, perché no (se accettasse), alla Volkswagen, con la quale Bonomi è in buoni contatti. Per ora, sono ancora ipotesi. L’interessamento alle auto è però di lunga data. Già con Benetton, nel ’95, Bonomi fece un’offerta sulla Lotus, il settore gli piace. Sono attese novità nei prossimi mesi. Magari non l’Alfa, ma altro.
La proposta Bicocca
Quanto a Pirelli, l’intenzione di massima di Bonomi sarebbe, secondo le fonti, affiancarsi nel capitale a Tronchetti e accorciare la catena societaria, possibilmente eliminando le holding Gpi e Camfin (di cui questa settimana è atteso il consiglio per l’ok al prestito obbligazionario convertibile, a riduzione del debito). Bonomi ha dato la disponibilità per iniettare denaro a monte e a valle, come investitore istituzionale e in aumento di capitale per ridurre il debito, a due condizioni: una governance chiara e l’eliminazione delle scatole cinesi (le usava sua nonna, lui non le vuole più). Il chiarimento è atteso a giorni.
Oggi il controllo di Pirelli è labirintico. Tronchetti Provera, con la Mtp&C Sapa, ha il 57,52% della cassaforte Gpi, che possiede il 42,65% della holding Camfin, che a sua volta ha il 26,19% di Pirelli (di cui il 20,6% in patto di sindacato). I Malacalza, con la Malacalza Investimenti, hanno invece il 30,94% di Gpi e il 12,10% di Camfin. Alla fine e indirettamente, Malacalza ha dunque il 25,56% di Camfin e Tronchetti ne ha il 24,53% (il 29,5% con le quote di Massimo Moratti e Alberto Pirelli). Due le strade possibili con Bonomi.
Una, Malacalza vende: Investindustrial può rilevarne le quote. L’altra (più probabile): Malacalza resta e Bonomi entra da pacificatore e terzo, in aumento di capitale. La proposta, comunque, è chiara: abbiamo la capacità finanziaria per mettere a posto le cose, possiamo dare mezzo miliardo e così anche ridurre il debito, trovate voi il modo. A un patto, però: che la gestione resti a Tronchetti Provera, ritenuto il motore di un’azienda che funziona (+39,6% l’utile netto Pirelli nel primo semestre 2012).
Noccioline indigeste
Sono ancora solo ipotesi, da prendere con la dovuta cautela su un titolo (Camfin) che dal 23 luglio al 4 ottobre, sulle voci di scissioni, cavalieri bianchi e opa è salito del 110%. E la Mtp&C Sapa ha precisato che non c’è nulla di concreto, bensì contatti interlocutori, e non soltanto con Investindustrial. Ma Bonomi vuole chiudere entro l’anno quattro operazioni: tre all’estero (una in Spagna a giorni, nelle telecom), una in Italia. E Pirelli è nel mazzo. L’obiettivo è supportarne l’internazionalizzazione, con il network del fondo che nel 2011 ha visto apportare dall’Italia solo il 40% del fatturato delle 15 partecipate. Come dire, l’Italia per Bonomi è peanuts, noccioline. Anche indigeste, però, come dimostra Bpm.
Nel gruppo bancario in fase di aggregazione si prospetta lo scontro sugli esuberi. L’annunciato taglio di 700 persone è impresa titanica in una banca dove 500 dipendenti su 8.500 (compresi 200 consulenti nell’It) sono fra loro coniugati e ci sono 250 sindacalisti a tempo pieno. L’intenzione è chiudere i negoziati entro l’anno. Quanto al taglio dei costi, Bonomi è uno che si meravigliò di trovare nel garage aziendale anche un’onerosa (per i consumi) Audi A8 benzina. Ingenuo? Abituato all’estero, pensa lui. Resta la domanda: perché un investitore asettico si va a infilare nel ginepraio Bpm e, ora, in Pirelli? Perché sono aziende che possono rendere, ripete lui, entrato in Bpm perché costava poco e c’era da ristrutturare. Di sicuro, rispetto ai tempi sottotraccia di Stroili Oro, Bonomi è emerso nella finanza italiana. La cosa sembra non gli dispiaccia.

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