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Bono: “Dopo la quotazione Fincantieri sarà pronta a cogliere nuove occasioni”

«Domenica annunceremo un pezzo di futuro di Fincantieri». Così diceva Matteo Renzi giovedì scorso a Genova, alludendo alla sua presenza alla consegna di Regal Princess, ultima nave da crociera costruita dai cantieri di Stato. A giugno Fincantieri sarà privatizzata e quotata, e per il premier sarà l’emblema del rilancio dell’industria italiana e della sua capacità competitiva. G iuseppe Bono, che sta al timone del gruppo da 13 anni, si schermisce ma non trattiene l’orgoglio con un tocco di patriottismo. «Apprezzo molto che il presidente del consiglio Matteo Renzi parli della manifattura come una priorità – dice Bono – Ne sono felice, lo vado dicendo da tutta la vita, spesa interamente nell’industria manifatturiera. Sono convinto che Fincantieri con questa quotazione può essere l’evidenza della forza e delle facoltà di recupero dell’industria italiana. Quanto a noi, siamo unici al mondo poiché non esiste sul pianeta una azienda che nella propria attività concentra tutti i settori a più alto valore aggiunto. Siamo nelle crociere, nell’offshore, nel militare e nei mega yacht. Nessuno come noi è altrettanto diversificato, quindi con rischio più ripartito». Ma siete persuasi di essere sufficientemente attraenti per il mercato dati i vostri indici di redditività? «Gli investitori ragionano non solo sul ritorno immediato ma anche su un più lungo periodo. Ci auguriamo che torni tra gli investitori istituzionali l’attitudine a occuparsi di economia reale e in particolare del manifatturiero italiano, che richiede competenze complesse ed è tra le caratteristiche peculiari dell’economia nazionale. Fincantieri è tra i campioni di tali abilità, competenze, patrimonio e ciò ci viene largamente riconosciuto a livello globale». A quali obiettivi è finalizzato l’aumento di capitale e quale piano industriale sottende? «L’aumento di capitale e la quotazione sono funzionali a sostenere l’ulteriore processo di crescita e sviluppo dell’azienda. Ricordo che abbiamo realizzato con mezzi propri sia l’acquisizione di Vard, lo scorso anno, che quella dei cantieri americani nel 2009. Oggi riteniamo di essere alla vigilia di una nuova situazione di mercato che ci consente di crescere e dobbiamo afferrarla. Mi sembrava allora, e lo penso a maggior ragione oggi, che un’azienda come la nostra i capitali li debba trovare sul mercato, non chiederli allo Stato azionista. Lo sentiamo come un dovere prima ancora che come un’opportunità». Intende dire che siamo alla vigilia di una fase di consolidamento nel settore? Solo qualche mese fa lei parlava di acquisizioni per esempio di aziende di componentistica. «In verità, non lo sappiamo con certezza, lo vedremo. Ma noi cerchiamo di cogliere le occasioni che si presentano e siamo convinti che potremo crescere in termini di volumi e redditività anche a perimetro invariato. Nei prossimi anni la ripresa si manifesterà in modo più netto e graduale e noi puntiamo a saturare tutti i nostri cantieri italiani». Torniamo al tema della redditività, che è ovviamente centrale dal punto di vista degli investitori. «In primis vorrei sottolineare che offriamo una forte stabilità di fondo, basta andare nei nostri cantieri e emerge evidente l’importanza degli impianti. Guardiamo poi ai numeri e dunque vediamo che abbiamo chiuso il 2013 con 85 milioni di utile netto e 300 milioni di ebitda, a fronte di 3 miliardi e 800 milioni di ricavi consolidati. Ricordo anche che al 31 dicembre scorso abbiamo registrato oltre 8 miliardi di euro di carico di lavoro e 12,9 miliardi di portafoglio ordini. Posto che gli investitori e i grandi fondi premiano i gruppi capaci di anticipare il mercato e privilegiano chi ha visione e progetti di sviluppo seri, noi ci siamo. Abbiamo avuto, e avremo, numerosi contatti con potenziali investitori. Dovevamo far conoscere un’azienda unica al mondo, che in questo Paese ha il proprio quartier generale. Abbiamo registrato molto interesse, tutti si sono detti stupiti del fatto che l’Italia avesse queste capacità industriali. Sono fiducioso che questa quotazione potrà essere un successo per noi e per l’Italia». Nella logica di recupero della profittabilità può venire in campo un piano di riduzione del personale? Fincantieri quotata avrà la stessa forma mentis di una azienda di Stato? «Voglio premettere che operiamo da anni in un mercato globale, non assistito, con una gestione che già oggi è improntata a criteri “privatistici”. Detto questo, post quotazione non apriremo alcun tavolo per la riduzione dei dipendenti, ma dovremo continuare a discutere di flessibilità e formazione. Non servono altre cure dimagranti. Il recupero di efficienza ha a che fare con la flessibilità e con il mix delle professionalità, e dipende dalla capacità di spostare lavorazioni meno pregiate fuori dall’azienda e di portare dentro quelle a maggior valore aggiunto». Come legge il fatto che la quotazione stia maturando oggi, in un dibattito del tutto differente rispetto al 2007 quando l’obiettivo fu mancato? «Questo è un paese che ha paura dei cambiamenti, ha tempi di reazione troppo lenti e un’articolazione macchinosa e inefficiente. Ci sembra però che stia iniziando a maturare la consapevolezza che certe cose non possiamo più permettercele, e che quindi bisogna introdurre elementi di dinamicità, che già in passato hanno consentito all’Italia di diventare una delle nazioni più importanti. La cultura si è evoluta, e si va verso il superamento del conservatorismo tout court. Insomma, siamo alla soglia di un nuovo Rinascimento». Nella foto a sinistra, Giuseppe Bono, amm. delegato di Fincantieri, al timone del gruppo da ben 13 anni LE TAPPE La quotazione dovrebbe avvenire a giugno. L’assemblea degli azionisti ha deliberato l’Ipo e un aumento di capitale fino a 600 milioni a servizio dell’offerta pubblica di sottoscrizione. Ma l’emissione di nuove azioni andrà accompagnata anche da un’offerta di titoli in vendita da parte del socio Cdp (tramite Fintecna controlla il 99,4%). Appare probabile che la società non sfrutterà tutto lo spazio consentito dalla delibera relativa alla ricapitalizzazione, altrimenti Cdp si diluirebbe fino a una soglia prossima al 50%.

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