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Bonifico falsificato, banca k.o.

C’è anche la responsabilità della banca per un ordine di bonifico falsificato. Recentemente, la Corte di cassazione si è espressa su rilevanti momenti che caratterizzano il rapporto tra cittadini e istituti bancari, soffermandosi dapprima sul ruolo del giudice nella definizione di controversie riguardanti i conto correnti, poi, appunto, sulla responsabilità della banca in ordine ai bonifici falsificati e infine, offrendo due indirizzi giurisprudenziali in tema di pagamento di assegni.

IL GIUDICE E IL CONTO CORRENTE DEL CLIENTE DI UNA BANCA

In tema di controversie relative ai rapporti tra la banca ed il cliente correntista, il quale lamenti la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi anatocistici maturati con riguardo ad un contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente e negoziato dalle parti in data anteriore al 22 aprile 2000, il giudice deve calcolare gli interessi a debito del correntista senza operare alcuna capitalizzazione.

A ribadirlo sono stati i giudici della prima sezione civile della Corte di cassazione con l’ordinanza n. 24156 dello scorso 13 ottobre.

Il thema decidendum sottoposto all’attenzione dei giudici di piazza Cavour vedeva la Banca Alfa che ha chiesto ed ottenuto nei confronti di Beta S.r.l., quale debitrice principale, nonché di Tizio e Caio, quali fideiussori, decreto ingiuntivo di pagamento, oltre accessori, dovuti in forza dell’esposizione finale risultante dai conti correnti con le relative aperture di credito concesse e revocate dalla banca per mancato rientro.

Sulla base del decreto ingiuntivo la banca ha iscritto l’ipoteca su beni della società.

Contro il decreto ingiuntivo Beta S.r.l., Tizio e Caio hanno proposto opposizione con la quale hanno dedotto l’intervenuta liberazione dei fideiussori ai sensi degli articoli 1956 e 1957 c.c., l’inesistenza del debito preteso dalla banca in relazione ad un conto corrente, la mancata determinazione del tasso di interesse con illegittima capitalizzazione trimestrale, l’applicazione di interessi probabilmente usurari, i danni derivanti dalla iscrizione ipotecaria.

Nel contraddittorio con la banca, che ha resistito all’opposizione e all’avversa domanda, il Tribunale ha condannato Beta S.r.l., Tizio e Caio al pagamento della minor somma oltre accessori, regolando le spese di lite.

Contro la sentenza gli originari opponenti hanno proposto appello al quale la banca ha resistito e che la Corte d’appello con sentenza ha parzialmente accolto, condannando Beta S.r.l., Tizio e Caio al pagamento, in favore della banca con interessi legali dalla domanda al saldo e provvedendo sulle spese di lite.

Per la cassazione della sentenza Beta S.r.l., Tizio e Caio hanno proposto ricorso affidato a 11 motivi.

ORDINE DI BONIFICO FALSIFICATO: LA RESPONSABILITÀ DELLA BANCA

La responsabilità della banca nei confronti del cliente, per aver dato esecuzione a un ordine di bonifico perfettamente falsificato, pervenuto alla banca tramite canali inusuali, non può essere esclusa con riguardo al riscontro della conformità della firma allo specimen, atteso che, in presenza di circostanze del caso concreto, che suggeriscano, secondo le regole di diligenza cui è tenuto il mandatario, ulteriori controlli, l’omissione di questi integra colpa ed è quindi ostativa alla configurabilità di una situazione di apparenza giustificativa di un esonero da detta responsabilità.

Lo hanno ribadito i giudici della prima sezione civile della Corte di cassazione con l’ordinanza n. 23580 dello scorso 9 ottobre.

Nel caso sottoposto all’attenzione degli Ermellini era secondo i giudici incontestabile che, nel quadro del diligente adempimento delle obbligazioni che le facevano capo, la banca non potesse dare senz’altro esecuzione all’ordine di bonifico: la stessa Corte di appello richiama il dato dell’omessa identificazione dell’ordinante e le circostanze (evidentemente non chiarite) attinenti alle modalità con cui la disposizione era pervenuta all’istituto di credito; riferisce, quindi, di manchevolezze della banca (con ciò lasciando intendere l’esistenza di un inadempimento di questa nella ricezione dell’ordine: inadempimento del resto già rilevato dal Tribunale); rileva, tuttavia, il giudice del gravame che tali manchevolezze non avevano avuto rilievo causale rispetto al danno poi prodottosi. Infatti, come accennato, la Corte di merito ha attribuito importanza proprio al fatto che la banca decise di sospendere il pagamento, con ciò ritenendo che essa, nelle circostanze date, dovesse astenersi dal dare senz’altro esecuzione alla disposizione di bonifico.

La Corte di merito, infatti, dopo aver rilevato che i funzionari dell’istituto di credito non avevano mai conosciuto Tizio di persona e dopo aver altresì osservato che proprio per detta ragione la banca aveva deciso di non effettuare il pagamento, assume, nella sostanza, che la successiva esecuzione dell’operazione doveva ritenersi scusabile avendo riguardo a due elementi: il dimostrato possesso, da parte dell’interlocutore telefonico, degli estremi della patente dell’odierno ricorrente, oltre che di «tutte le informazioni relative allo stato del conto»; le buone referenze raccolte dalla banca quanto al soggetto beneficiario dell’accreditamento.

SUL PAGAMENTO DEGLI ASSEGNI: DUE ORIENTAMENTI

Infine sempre la Cassazione, in una abbastanza recente sentenza, ha fatto il punto sull’art. 43, comma 2, l. ass., portando in sintesi i due maggiori orientamenti giurisprudenziali ove si dibatte segnatamente se la responsabilità di colui che paga un assegno sia una responsabilità senza colpa che prescinde dai normali criteri di regolazione della responsabilità in materia di obbligazioni e in particolare dagli artt. 1189 e 1992 cod. civ.

Il primo orientamento fa capo a Cass., sez. I, 7/10/1058, n. 3133 che, nel negare efficacia liberatoria al pagamento in favore del legittimato apparente sulla base del principio secondo cui la banca che paghi un assegno non trasferibile lo fa a suo rischio e pericolo in quanto, indipendentemente dalla diligenza posta in essere all’atto dell’identificazione del presentatore, è tenuta a ripetere il pagamento se paga a persona diversa dal prenditore, fa notare, in sintonia con il dettato dell’art. 2001 cod. civ., che, pur restando ferma la natura di titolo di credito dell’assegno non trasferibile, le norme generali in materia di titoli di credito si applicano in quanto non sia diversamente disposto da altre norme del codice o di leggi speciali; e appunto tale deve ritenersi le disposizioni dell’art. 43, l. ass. «giacché, dopo aver negato la possibilità della girata, sanciscono che chi paga a persona diversa dal prenditore risponde del pagamento e, in relazione a tale principio, escludono la procedura di ammortamento in caso di smarrimento, distruzione o sottrazione».

A questo primo orientamento, che dunque esclude l’effetto liberatorio del pagamento incolpevole e obbliga la banca negoziatrice – e più in generale «colui che paga» – che paghi male a reiterare il pagamento, si attiene la giurisprudenza successiva a Cass., sez. I, 9/02/1999 n. 1098 che, dopo un lungo periodo di oscuramento, ha ripristinato l’indirizzo interpretativo enunciato in prima battuta da Cass. 3133/1958, affermando nuovamente, sulla premessa che l’art. 43, comma 2, l. ass.

Il secondo orientamento rintracciabile nella giurisprudenza della Corte, in ordine alla questione che ne occupa, trae origine da un precedente altrettanto lontano rinvenendosene la prima enunciazione, a quel che consta, ad opera di Cass., Sez. I, 9/07/1968, n. 2360, la quale ha ritenuto di spostare l’asse della riflessione dalla legittimazione cartolare a cui si riferisce l’art. 43, l. ass. alla identificazione del prenditore, traendo da ciò la massima che il pagamento in favore di chi non sia legittimato sia privo di effetto liberatorio per chi lo esegue «soltanto se non ha usato la dovuta diligenza nell’identificazione del presentatore dell’assegno» in quanto la disposizione concerne la legittimazione cartolare del prenditore e quindi non comporta deroga ai principi generali in tema di identificazione del presentatore dei titoli a legittimazione nominale.

Ad esso la giurisprudenza della Corte si è stabilmente uniformata per oltre un trentennio, la massima in parola essendosi infatti, immutabilmente tramandata in tutte le decisioni successive.

Angelo Costa

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