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Bonifici dall’estero, parola alla Ue

Il prelievo del 20% sui bonifici dall’estero scattato in Italia dal 1° febbraio finisce nel mirino della Commissione Ue e del responsabile europeo per la fiscalità, Algirdas Semeta. «Siamo ovviamente consapevoli di questa nuova disposizione – ha detto la portavoce Emer Traynor – e il Commissario la sta esaminando per assicurarsi che sia in linea con i principi di base della non discriminazione e del libero movimento delle merci e dei capitali».
La misura anti-evasione messa sotto osservazione dalla Ue e che ieri ha scatenato le critiche di gran parte del mondo politico è stata introdotta in agosto dalla legge 97 del 2013 e prevede, appunto, che i redditi derivanti dagli investimenti esteri e dalle attività di natura finanziaria sono in ogni caso assoggettati a ritenuta o ad imposta sostitutiva delle imposte sui redditi dagli intermediari residenti in Italia ai quali investimenti e attività sono affidati. La ritenuta trova applicazione con l’aliquota del 20% a titolo d’acconto anche per i redditi di capitale derivanti da mutui, depositi e conti correnti, diversi da quelli bancari, nonché per i redditi di capitale.
Un ventaglio ampio di redditi, dunque, sottoposti a una forma di prelievo che peraltro impone un percorso accidentato per intermediari e contribuenti (si veda l’articolo sotto). Da qui le due distinte interrogazioni parlamentari presentate da Tino Rossi (Forza Italia/Ppe) e Claudio Morganti (Io Cambio/Eld, il gruppo euroscettico) alla Commissione europea, le quali ipotizzano la violazione dell’articolo 63 del Trattato sul funzionamento della Ue, che vieta le restrizioni dei pagamenti tra gli stati membri. Il prelievo è «l’ennesima, folle rapina a danno dei cittadini italiani», per Morganti, che definisce la misura «sproporzionata, in quanto il sistema di pagamento tramite bonifico è già facilmente monitorabile ai fini di lotta ad evasione e riciclaggio». Mentre Rossi ha denunciato la possibile violazione «delle convenzioni siglate dall’Italia per evitare la doppia imposizione fiscale, dato che si presuppone che il denaro trasferito sia già stato soggetto a tassazione nel paese d’origine». Per il parlamentare di Fi le disposizioni «oltre a rappresentare un evidente ostacolo alla libera circolazione di capitali e servizi sono destinate a far aumentare l’illegalità e non la trasparenza dei movimenti finanziari».
Sull’argomento è intervenuto anche il leader del Movimento Cinque Stelle Beppe Grillo che dalle pagine del suo blog ha causticamente descritto la misura come «una manovra geniale per evitare l’ingresso di capitali in un momento in cui chi può porta i suoi risparmi fuori dall’Italia», aggiungendo che «quando rientrarono i capitali dello scudo fiscale di evasori totali e di proventi di attività illecite, e forse criminali, furono tassati al 5%».
Per il presidente della commissione Finanze della Camera Daniele Capezzone (Forza Italia), invece, «al di là delle più o meno estemporanee misure adottate per tentare almeno di ridurre danni e disagi, la misura sull’assoggettamento a ritenuta del 20% dei bonifici esteri in entrata desta una perplessità grave e di fondo. Il tema che si pone è quello di un fisco che troppo spesso procede in base a presunzioni (e a presunzioni discutibili), con relativa inversione dell’onere della prova, cioè scaricando sul cittadino il compito di dimostrare di essere (o di non essere) in una certa situazione». Dal senatore di Forza Italia, Pierantonio Zanettin, è infine arrivato un suggerimento a Matteo Renzi: «Elimini subito l’odioso balzello introdotto dall’esecutivo Letta».

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