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Bond sovrani, una mina da 341 miliardi

I più grandi gruppi creditizi europei al 30 giugno 2011 sono esposti in totale per 341 miliardi verso i titoli del debito pubblico dei Paesi "Piigs" (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna). Compongono il campione: le due maggiori banche svizzere, Crédit Suisse e Ubs; le inglesi Barclays, Hsbc, Lloyds e Royal Bank of Scotland (Rbs); le francesi Bnp Paribas, Crèdit Agricole e SocGen; Dexia, Ing e Rabobank in rappresentanza dei Paesi Bassi; la danese Danske Bank e la norvegese Nordea; le tedesche Commerzbank e Deutsche Bank; le spagnole Santander e Bbva e le italiane Intesa Sanpaolo e UniCredit. Queste ultime, con oltre 107 miliardi di bond sovrani in portafoglio, 103 dei quali emessi dal Tesoro italiano, sono le banche potenzialmente più a rischio. Non scherza nemmeno la Spagna. I bond sovrani nei portafogli di Bbva e Santander valgono 104 miliardi e per oltre 95 miliardi sono costituiti da titoli del tesoro spagnolo.

Particolarmente esposte verso l'Italia sono le banche francesi: Bnp Paribas, Crédit Agricole e SocGen hanno in pancia titoli dei paesi dell'area Giips per un totale di 57 miliardi, 36 dei quali recano il marchio della Repubblica italiana.

L'intero campione di banche chiude il primo semestre 2011 con ricavi aggregati in calo dello 0,5% (a 247,2 miliardi) e il risultato netto in caduta del 25,5% (a 30,8 miliardi) nonostante la tenuta del risultato corrente. I ricavi subiscono la contrazione degli utili da trading (-14%), mentre il risultato corrente cresce del 4,8% grazie alle minori perdite su crediti (in calo di un quinto) e a fronte di costi leggermente in crescita (+3,4%).

A far precipitare i profitti sono i costi straordinari, che passano da +2,9 miliardi nel primo semestre 2010 a -13 miliardi. Tra le cause del forte aumento dei costi straordinari, la svalutazione dei titoli di Stato greci per un ammontare di 4,5 miliardi e gli effetti della sentenza con cui la suprema corte inglese ha imposto a Lloyds, Barclays e alla filiale del Santander in Gran Bretagna accantonamenti per 5,2 miliardi di euro complessivi a fronte di un contenzioso con la clientela.

Lo stato patrimoniale del campione mostra a quali livelli si sia spinto il processo di finanziarizzazione del sistema bancario europeo. Sull'insieme delle attività, che superano i 22mila miliardi, i titoli e le azioni nei portafogli delle banche pesano per il 22,5%, ovvero per quasi 5mila miliardi, e la voce altri attivi, che include i derivati, incide per un altro 20 per cento.

Il capitale netto aggregato rappresenta invece neanche il 5% del totale delle passività, alle quali contribuiscono per il 56% la raccolta dalla clientela, per l'11 % la raccolta interbarcaria e per ben il 28% la voce altre passività, in cui si annidano, anche in questo caso, gli strumenti derivati.

Nei casi di Barclays, Rbs, SocGen e Deutsche Bank il valore del margine d'interesse, ossia la differenza tra tasso sulla raccolta e tasso sui prestiti, è inferiore al 50% dei ricavi, mentre è elevato in rapporto agli stessi ricavi il valore del trading (il 26% per Barclays, il 29% per Lloyd, il 18% per Deutsche Bank, il 17% per SocGen, il 16% per Nordea, il 16% per Commerbank). Non fanno testo i due istituti elvetici, i quali, operando principalmente come banche d'affari, mostrano un grado di finanziarizzazione nettamente al di sopra della media del campione. Al contrario, per Intesa Sanpaolo e UniCredit il margine d'interesse, ossia l'atttività bancaria tradizionale, rappresenta la parte di gran lunga prevalente dei ricavi, nell'ordine il 68% e il 58%, mentre il trading vi incide in misura minima, rispettivamente per il 2% e per poco meno del 3 per cento.

La contrazione delle perdite su crediti in un periodo di quasi stagnazione dell'economia è un'anomalia diffusa tra tutte le banche europea, probabilmente tollerata dagli organi di vigilanza per limitarne la caduta dei profitti. Gli accantonamenti al conto economico per svalutazioni di crediti inesigibili costituiscono talvolta una quota significativa dei ricavi: il 41% per Lloyds, il 31% per Rbs, il 23% per Danske Bank, il 22% per Santander, il 19% per Bbva, il 20% per UniCredit e il 16% per Intesa Sanpaolo a fronte di una media dell'aggregato di poco superiore al 14 per cento.

Le banche con i più bassi costi operativi in rapporto ai ricavi sono le spagnole Santander e Bbva (48%). I due istituti italiani sono leggermente al di sopra della media del campione (61%). Deutsche Bank e Dexia superano il 71%, battute solo da Crédit Suisse e Ubs, che in quanto banche d'affari hanno una più alta incidenza dei costi operativi sui ricavi (nell'ordine del 79% e del 75%).

Tralasciando gli istituti in perdita (Lloyds, Rbs e Dexia), Intesa Sanpaolo e UniCredit sono il fanalino di coda per Roe: il loro ritorno sul capitale netto è rispettivamente del 4,9% e del 4,2% (fa peggio solo la Danske Bank con il 3,1%) e si confronta con il 13,9% di Deutsche Bank e Bbva, con il 13,3% di Bnp Paribas, con il 12,4 di Nordea, con il 12,2% di Hsbc e con il 10% di Santander.
 

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