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I bond “matusalemme” quando i titoli a 100 anni diventano un buon affare

Quando il segretario al Tesoro americano, Steven Mnuchin, ha detto la scorsa settimana che Washington sta «prendendo in seria considerazione» l’emissione di una obbligazione a scadenza centennale, è come se si fosse mosso il pezzo più potente sulla scacchiera del mercato dei bond. Le parole di Mnuchin sono infatti arrivate a stretto giro dalla riflessione avviata in Svezia, dove è partita una vera e propria commissione per valutare la fattibilità e convenienza di una simile emissione: darà il suo responso a ottobre. E soltanto a inizio estate l’Austria aveva riaperto una omologa sottoscrizione, spinta dalla domanda per questi bond.
“Tesoro, mi si sono allungate le scadenze”: verrebbe da dir così. Ma perché questi titoli-matusalemme stanno riscuotendo sempre più interesse? «Se non proprio una prassi consolidata, possiamo affermare che l’idea di emettere titoli a scadenza molto lunga è diventata ormai comune», ragiona Luca Cazzulani che a Unicredit si occupa del mercato obbligazionario sovrano. Italia, Francia, Spagna e Belgio già si sono esibite — restando all’Eurozona — sulle emissioni a cinquanta anni. Certo che raddoppiare l’orizzonte non è azzardo da poco, se si considera che sottoscrivere un simile bond significa avere la certezza del rimborso in un tempo che travalica la vita biologica dell’investitore.
Per scorgere il lato sexy dei bond lunghissimi bisogna ricorrere al «loro elevato grado di convexity », spiega l’esperto. Cosa significa? Detto in parole semplici, «quando i tassi scendono, il loro prezzo sale più che proporzionalmente. Viceversa, quando i tassi salgono il loro prezzo scende meno che proporzionalmente. Insomma, si ha una situazione virtuosa in tutti i casi. È una condizione molto ricercata dagli investitori: in entrambi gli scenari, sono privilegiati rispetto alle circostanze standard». Per questo la domanda è forte, soprattutto da parte degli investitori istituzionali che sono anche disposti a rinunciare a qualche punto base di rendimento pur di “acquistare” questa caratteristica.
C’è poi da considerare il momento storico particolare. Viviamo in un mondo dei rendimenti schiacciato dalle mosse delle Banche centrali. Un indice di Barclays e Bloomberg misura quanti titoli obbligazionari ci sono in giro per il mondo a tasso negativo e ha appena superato quota 17 mila miliardi di dollari. Andare sui titoli a lunghissima scadenza significa riuscire a mettersi in portafoglio almeno un poco di rendimento.
Dal punto di vista dei ministeri del Tesoro, il gioco vale la candela perché ci si riesce a garantire un buon costo di finanziamento per moltissimo tempo. L’incognita può esser rappresentata dalla scarsa disponibilità di dati sulla liquidità e il premio al rischio sulle scadenze super-lunghe. Quando uno Stato emette titoli a cinque o dieci anni, riesce a prevedere che rendimento gli sarà richiesto dal mercato. In questi casi è un po’ più difficile, quindi potrebbe ritrovarsi alla fine in condizioni meno favorevoli di quel che pensava. «Ma se guardiamo a quel che sta accadendo — spiega ancora Cazzulani — rintracciamo tassi senz’altro buoni per gli emittenti. Il titolo belga con scadenza al 2066 scambia allo 0,73%. In uno scenario di pur lento ritorno a una normalità dei tassi, nell’arco dei prossimi anni, è un rendimento molto favorevole per un emittente».
Certo, per il momento non ci sono in circolazione titoli di taglia tale da rappresentare un vero e proprio punto di svolta per la politica di finanziamento dei governi. Ma si tratta di occasioni che qualcuno non vuol lasciarsi sfuggire.
Diverso il discorso dal lato dell’investitore, «in particolare se individuale» ammonisce l’esperto. «Non sono strumenti da acquistare isolati, perché soffrono di una variabilità di prezzo estremamente elevata». Cosa vuol dire? Che per ogni punto base di risalita del rendimento, si rischia di incassare una pesante perdita sul capitale. «Se investissi 100 mila euro sul titolo austriaco a 100 anni, in presenza di una risalita del rendimento di 10 punti base (solo lo 0,1%, ndr ), il prezzo scenderebbe dall’attuale quota 201 a 190. Un rischio da assumersi a fronte di un rendimento annuo intorno ai 700 euro?». Piuttosto un azzardo troppo grande per concentrarvi una fetta importante di portafoglio. Ecco perché sono titoli «che hanno senso solo ed esclusivamente in ottica complessiva di portafoglio, combinati con altri a scadenze inferiori».

Raffaele Ricciardi

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