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Bond bancari sì, ma con cautela

di Duilio Lui  

La crisi finanziaria, con la conseguente carenza di liquidità per le banche, sta spingendo gli istituti di credito a collocare in massa bond concepiti in casa. Una soluzione che non sempre si muove nell'interesse dei risparmiatori, considerato che spesso si tratta di titoli non quotati, e generalmente poco liquidi. Un'opzione che va quindi valutata con estrema attenzione, come avvertito a più riprese dalla Consob. La stessa autorità di controllo che ora punta a semplificare le procedure amministrative per quei bond meno rischiosi, quindi più adatti alla clientela retail.

I numeri del boom. Nel solo mese di maggio, secondo quanto calcolato dall'Abi (Associazione bancaria italiana), la raccolta è stata di 827 miliardi di euro contro i 790 miliardi di due anni prima, quando la nuova tendenza aveva già cominciato ad affermarsi. Dunque, se il risparmio gestito continua a soffrire (nei primi cinque mesi dell'anno i fondi comuni hanno registrato una raccolta netta negativa di 7 miliardi di euro), i bond bancari vengono collocati in misura via via crescente, tanto che gli istituti di credito registrano un rapporto tra emissioni proprie e totale della raccolta del 38%, un livello che non ha pari in Europa. E il trend di crescita è destinato a proseguire perché nei prossimi due anni le banche italiane dovranno emettere bond per 200 miliardi solo per rifinanziare le obbligazioni in scadenza. Le ragioni sono evidenti: con i mercati finanziari in fibrillazione, le banche puntano con decisione sulla raccolta presso la clientela retail, risparmiando così sugli interessi passivi.

I rischi per i risparmiatori. La distribuzione, dunque, spinge in questa direzione, ma non è detto che questo faccia anche l'interesse dei risparmiatori, considerato che i rapporti sono sbilanciati in un paese come l'Italia caratterizzato da un deficit di cultura finanziaria.

I rischi messi in luce da diversi analisti indipendenti, e a più riprese dalla stessa Consob, sono legati in primo luogo alla scarsa liquidità di questi prodotti, che è più evidente nel caso delle obbligazioni quotate. Se un titolo è oggetto di scambi limitati (non paragonabili a quelli di un bond emesso da una grande azienda), il risparmiatore che si trova nell'esigenza di vendere dovrà gioco-forza accettare le condizioni della controparte, che in termini pratici significa spesso incassare una minusvalenza. C'è poi un problema legato all'opacità di alcuni di questi prodotti, in particolare per quanto concerne i bond strutturati. Appetibili per la loro natura ibrida, che ne fa delle obbligazioni con alcune caratteristiche delle azioni, ma a fronte di costi elevati e laute commissioni. Il concetto di «strutturati» è dato dalla presenza di due elementi: un titolo a reddito fisso, di durata variabile da pochi mesi a diversi anni, che può prevedere il pagamento di una cedola periodica o alla scadenza, e un contratto che ne determina la cedola o il valore del capitale a scadenza in base all'andamento del prezzo di uno o più parametri finanziari (come indici o combinazioni di indici di borsa, titoli o portafogli di titoli azionari, fondi comuni e tassi di cambio). Investendo in obbligazioni strutturati si ha il vantaggio di poter legare l'andamento delle cedole a un titolo sottostante per sua natura volatile (come le azioni), al contempo proteggendo (in parte) il capitale, attraverso la formula del rendimento minimo garantito. Ma questa protezione ha un prezzo, che si paga in termini di maggiori commissioni, rispetto ad esempio a un titolo di Stato, ed è limitata. Così, a conti fatti, non sempre il risultato è positivo. Esaminando le obbligazioni bancarie a tasso variabile collocate tra il 2007 e il 2009 alla clientela retail, la Consob ha rilevato che mediamente hanno reso mezzo punto in meno dei Cct: 3,5% contro il 3% sommando la variazione di prezzo e le cedole incassate.

La mossa della Consob. Intanto la Consob si prepara a innovare il settore. Un tavolo di lavoro, annunciato dal nuovo presidente Giuseppe Vegas, sta studiando il prossimo lancio di quelli che sono stati definiti «bond da banco». In sostanza si tratterebbe di identificare le obbligazioni bancarie meno complesse (quanto a sottostanti, durata e liquidabilità) e di renderne più semplice il prospetto informativo. In questa categoria dovrebbero rientrare le obbligazioni plain vanilla, che hanno una struttura simile a quella dei titoli di stato: il risparmiatore investe 100, con la prospettiva di incassare a scadenza la somma investita più il tasso di interesse previsto. Una soluzione che punta a fare chiarezza nel settore, ma che da sola non sarà sufficiente a eliminare i rischi per i piccoli risparmiatori.

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