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Bond bancari alla prova del Fisco

di Maximilian Cellino

Il misterioso feeling che lega le famiglie italiane alle obbligazioni bancarie è un fenomeno che merita di essere studiato a fondo. Più i mercati ballano (bond emessi dagli istituti di credito compresi) e più si mette in dubbio (a volte anche a sproposito) la solidità del sistema finanziario nazionale, più aumenta la rincorsa verso strumenti di questo tipo, la cui convenienza per le tasche dei risparmiatori resta tutta da dimostrare.

Fra il 2009 e il 2010, secondo i dati diffusi dalla Consob, la percentuale delle famiglie italiane che avevano in tasca almeno un bond bancario è salita dall'8,9% al 10,5%, tornando quindi sui livelli del 2008 a dispetto della crisi finanziaria che nel frattempo ha di sicuro cambiato la percezione degli istituti di credito fra il pubblico. Neanche le turbolenze delle ultime settimane sono evidentemente riuscite a scalfire questo amore a prima vista: è notizia di ieri che il Banco Popolare ha chiuso con successo il collocamento della prima tranche da 200 milioni di euro di un bond con durata 3 anni e mezzo destinato alla sola clientela retail.

Ai risparmiatori, l'istituto guidato da Pierfrancesco Saviotti offre cedole del 4% per i primi due anni, del 4,1% per il terzo e del 4,2% per gli ultimi sei mesi e garantisce la possibilità di riacquisto dopo il secondo anno. Qualche decimo in più, insomma, rispetto al BTp (cioè al titolo del Tesoro italiano a tasso fisso) con scadenza più vicina, che garantisce sì cedole del 4,25%, ma che si acquista anche a un prezzo maggiore rispetto alla pari e offre quindi un rendimento a scadenza del 3,94% annuo.

E a coloro che hanno scelto di acquistare questo strumento, tutto sommato, non è andata neanche poi troppo male, dato che i bond bancari piazzati con solerzia allo sportello sono in genere noti per offrire interessi addirittura inferiori rispetto a quelli del BTp: un paradosso perché significa che gli istituti di credito sono percepiti come più affidabili (o meno rischiosi) rispetto allo Stato in cui operano.

Fin qui, però, il confronto vale per i rendimenti lordi: ciò che entra direttamente nelle tasche delle famiglie è un valore differente e soprattutto destinato a cambiare a breve. In base alla riforma della tassazione delle rendite finanziarie, a partire dal primo gennaio 2012 il prelievo sulle cedole (e sulle eventuali plusvalenze in caso di vendita prima della scadenza) delle obbligazioni bancarie salirà dall'attuale 12,5% al 20%, mentre quello sui titoli di Stato resterà invariato al 12,5%. A parità di condizioni, quindi, l'acquisto di BoT, BTp e simili diventerà relativamente più conveniente rispetto a quello di un'obbligazione di un emittente privato.

Volendo fare un esempio su un bond simile a quello appena collocato dal Banco Popolare, con il nuovo regime fiscale il rendimento netto scenderebbe dal 3,55% al 3,25% e sarebbe superato dal tasso netto del BTp, che resta invece ancorato al 3,45 per cento. Non si tratta, certo, di differenze abissali, ma quando la convenienza di uno strumento rispetto all'altro si gioca sul filo di lana ogni centesimo può rivelarsi decisivo.

E il confronto si fa ancora più serrato sulle scadenze brevi. Qui entrano infatti in ballo nuovi rivali: quei conti deposito vincolati i cui rendimenti trarranno beneficio dalla riforma (che riduce l'aliquota dal 27% al 20% sui c/c). Nell'esempio a fianco si vede bene come il rendimento netto del deposito vincolato a 12 mesi passi d'un colpo solo a essere più conveniente (dal 2,59% al 2,84%) del BTp e del bond bancario pari scadenza. Con la nuova tassazione delle rendite i risparmiatori, e forse anche le banche, faranno bene a riconsiderare le proprie strategie.

 

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