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Bond argentini, Buenos Aires rifiuta la sentenza Usa

La vicenda dei bond argentini non ha fine. Dopo più di dieci anni dal default del 2001 del paese sudamericano la parola the end è stata ancora una volta posticipata. L’ultima batosta per il paese guidato dalla signora Kirchner è arrivata la scorsa settimana con la decisione della Corte d’Appello di New York di rigettare l’opposizione dell’Argentina a risarcire 1,4 miliardi di dollari ai due fondi di Paul Singer, la Elliot Management Corp e il fondo Aurelius Capital Management LP, tra i pochi a non avere aderito alle offerte di ristrutturazione del debito del 2005 e del 2010 a cui aderì il 91% degli obbligazionisti, a seguito del default da 95 miliardi di dollari. Confermata, dunque, la sentenza di primo del giudice Thomas Griesa sulla parità di trattamento degli obbligazionisti e rigettate le tesi dell’Argentina secondo la quale dando ragione agli investitori si sarebbero violati i principi di sovranità del paese ponendo le condizioni di un default anche per i bond emessi successivamente.
Una vicenda che ha ricadute anche sugli obbligazionisti italiani della Task Force Argentina in attesa della sentenza arbitrale dell’Icsid (un’agenzia della Banca Mondiale) slittata al 2014, ma anche su coloro che hanno fatto causa senza aderie al ricorso della Tfa che avrebbero in mano bond per 500 milioni di dollari, secondo Reuters.
A nulla sono valsi i tentativi di riconciliazione avviati dal governo di Buenos Aires per evitare di arrivare al muro contro muro in aula. Ora l’ultima parola spetta alla Corte Suprema degli Stati Uniti nel disperato tentativo di evitare il default. Buenos Aires non sembra intenzionata a cedere al punto che ieri il ministro dell’Economia Hernan Lorenzino ha fatto sapere che nonostante la sentenza, ai fondi americani saranno riconosciute le stesse condizioni concordate con i creditori che hanno accettato la ristrutturazione del debito di Buenos Aires. Ha quindi rivendicato il diritto a difendere «la sovranità del nostro paese» minacciata dalla «la richiesta di uno 0,45% di titolari del debito contro il 93% che ha accettato il concambio».
Un’eventualità sempre più prossima dal momento che se come chiesto dai giudici della Corte di Appello, l’Argentina dovrà pagare subito 1,5 miliardi di dollari ai fondi, il paese sarà obbligato ad aggiungere altri 43 miliardi di dollari da destinare a tutti coloro che avevano aderito alla prima offerta per consentire loro di godere delle stesse condizioni come prevede la legge. E non poteva fare diversamente in quanto, proprio sul prospetto informativo relativo all’Ops, l’Argentina aveva dichiarato che qualsiasi proposta migliorativa che fosse accettata in un secondo tempo, avrebbe dato a tutti coloro che avevano aderito all’Ops di goderne le stesse condizioni. Il prezzo dei bond ristrutturati scadenza 2033 sono scesi dell’1,33% a 59,66 cents e il rendimento è salito al 15,07 per cento.
Bank of New York Mellon, la banca che funge da Trustee per l’Argentina, ha fatto sapere che alla luce della decisione della Corte di Appello non potrà respingere le richieste di pagamento che dovessero venire dalle controparti. Tutto questo alla luce di quanto hanno stabilito gli stessi giudici (il presidente di nomina Democratica e e gli altri due di nomina Repubblicana) secondo i quali BNY Mellon e le altre istituzioni convolte nella ristrutturazione dei bond non possono violare la decisione della corte per favorire l’Argentina.

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